• Trump, lobby Gazprom russo-teutonica e la partita di Nord Stream II

Il Nord Stream 2 è un’opera inutile, che fa comodo solo alla lobby Gazprom russo-teutonica. A dirlo non è un gruppo di Nimby à la No Tap, ma il serio e prestigioso istituto di ricerca tedesco Deutsches Institutfür Wirtschaftsforschung in un dettagliato paper pubblicato di recente.

Nella sua analisi della sicurezza delle forniture di gas in Germania e in Europa, il Diw, è giunto a questa conclusione basandosi su tre assunti principali, cioè sul fatto che il progetto si fonda su studi datati, che la domanda di gas naturale in Europa è sempre più diversificata e sta assumendo sempre maggiore peso l’importazione di gas liquefatto, e infine sul fatto che la costruzione del Nord Stream 2 non sarebbe un investimento profittevole.

Il progetto consiste nella costruzione di due gasdotti paralleli che correranno per 1200 chilometri sul fondale del Mar Baltico, accanto a quelli già esistenti, collegando direttamente la stazione di pompaggio di Ust-Luga in Russia, ancora da costruire, con il terminal già esistente di Greifswald in Germania.

Il costo stimato è di 14 miliardi di euro. Una volta terminato, la sua capacità sarà di 55 miliardi di metri cubi all’anno, raddoppiando quindi quello esistente e superando di 20 miliardi di metri cubi l’intero fabbisogno di gas tedesco. Il gas in eccesso sarà rivenduto all’Austria, alla Repubblica Ceca e alla Polonia.

L’unico azionista del Nord Stream 2 è il gigante statale russo Gazprom. Di fatto, promanazione del Cremlino, con risorse economiche praticamente inesauribili e obiettivi che vanno ben oltre quelli commerciali.

Le ragioni economiche, infatti, secondo il Diw, sarebbero in secondo piano. Il consumo di gas naturale in Europa fino al 2030 dovrebbe rimanere più o meno ai livelli attuali, intorno ai 400 milioni di tonnellate di greggio equivalente, ben al di sotto dei 650 milioni stimati agli inizi degli anni 2000. Già oggi, rispetto a una previsione del 2003, siamo almeno di 100 milioni di tonnellate al di sotto di quanto ci si aspettava.

Ma poi c’è il discorso diversificazione sul quale, dai giorni della crisi del gas tra Russia e Ucraina del 2006, si sono fatti enormi passi avanti. Già nel 2017, pur restando la Russia il principale fornitore di gas dell’Unione europea con una quota del 23%, più dei due terzi del fabbisogno sono soddisfatti da flussi provenienti dalla Norvegia, per il 21%, dal Nord Africa, dal Medio Oriente, dal Caspio e dall’America del Sud, oltre che per un buon 30% dalla produzione interna.

L’Italia è uno dei Paesi con la migliore diversificazione. Oggi la penisola acquista gas, oltre che dalla Russia, dall’Algeria, dalla Libia, dall’Olanda e dal Qatar. E quando il Tap sarà completato, anche il Caspio farà la sua parte, facendo schizzare l’export verso l’Europa a 38 miliardi di metri cubi all’anno nel 2035 – stima sempre Diw, dagli attuali sei.

I numeri sembrano dimostrare che la partita del Nord Stream 2 è soprattutto politica.

Geopolitica del gas

Non è una novità che la Russia minacci l’Ucraina di tagliarla completamente fuori dalle rotte del gas. L’accordo sul transito dell’oro blu tra i due Paesi è in scadenza il prossimo anno. Poter contare sul raddoppio del gasdotto baltico renderebbe la minaccia concreta, attuale e facilmente realizzabile senza nemmeno intaccare il rapporto con i clienti europei.

L’Ucraina è l’ago della bilancia. L’Unione europea ha preso una chiara posizione nei confronti del Paese come principale snodo del gas russo verso l’Europa. Ma anche dell’indipendenza energetica di Kiev dalla Russia, facilitando l’importazione di gas dall’Ue grazie al reverse  flow, ossia l’inversione del flusso nei gasdotti al confine con la Slovacchia e l’Ungheria. Posizione, quella europea, che fa a pugni con il raddoppio del Nord Stream.

La questione supera la dimensione continentale. Con un mercato del gas sempre più liquido, in tutti i sensi, e globale, e con un boom della produzione americana di shale gas, gli Stati Uniti vogliono fare la loro parte in Europa.

Trump ha in più occasioni manifestato la propria contrarietà al Nord Stream 2. «La Germania non può chiederci di proteggerla dalla Russia mentre firma con Mosca contratti miliardari per un gasdotto. Dovreste comprare il nostro gas liquefatto», ha detto ad Angela Merkel durante la sua visita europea.

Pochi giorni dopo, in occasione del summit di Helsinki, Putin ha invece rassicurato Trump dicendogli che il gas russo continuerà a passare per i gasdotti ucraini.

Gli Stati Uniti puntano ormai da tempo a prendersi una fetta del mercato energetico europeo, intensificando le spedizioni di gas liquefatto verso il vecchio continente. Una quantità finora irrilevante, ma che potrebbe crescere fino a 25 miliardi di metri cubi nel 2035. «Faremo concorrenza ai vostri gasdotti, e penso che ci riusciremo», ha detto Trump a Putin.

Il diretto interessato, però, resta a guardare. L’Ucraina è l’attore che ha più da perdere nella partita del Nord Stream 2. Le entrate che Kiev ricava dal transito ammontano a qualcosa come due o tre miliardi di dollari all’anno, più o meno il 3% del Pil. Farne a meno sarebbe un duro colpo per la disastrata economia ucraina. Senza poi contare il leverage che i gasdotti costituiscono nel conflitto irrisolto con la Russia.

Probabilmente, a decidere se il Nord Stream sarà un’opera necessaria sarà proprio Kiev: se non renderà il proprio mercato del gas più competitivo e affidabile, abbasserà le tariffe e modernizzerà gli impianti, dal 1 gennaio 2020, quando gli accordi sul transito saranno scaduti, resteranno ben pochi motivi per preferire l’Ucraina al Baltico.

Aug 19, 2018 08:15 Europe/Rome
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