• Fanatismo: falso volto dell’Islam (57)

Amici nelle puntate precedenti vi abbiamo spiegato che in Egitto, uno dei centri del pensiero islamico, i pensatori e studiosi parlavano di un ritorno alle origini del mondo islamico e della sunna come una soluzione a un torpore culturale e sociale di cui soffrivano le nazioni musulmane.

In quell’epoca, il salafismo, cioè il ritorno a un Islam puro, che veniva rappresentato dai grandi pensatori islamici in Egitto, come Jamaleddin Asad Abadì, Mohammad Abduh era ben lontano dai pensieri radicali dei salafiti takfiri.

A preparare però la strada al salafismo moderno furono i pensieri di Rashid Rida il fedele discepolo di Abduh. Lui fu tra i primi studiosi egiziani a teorizzare l’istituto di un califfato islamico destinato a governare la ummah islamica.

Rida era un sostenitore dell’idea del rinnovamento dell’Islam attraverso il ritorno al Corano, alla sunna e all’età dell’oro dell’Islam e ai pii antenati. Egli dopo la conquista della Mecca da parte dei sauditi, divenne il difensore di questa monarchia, che instaurò, a suo avviso, uno Stato allineato coi valori formali dell'Islam. Uno dei colleghi di Rida fu Hassan al-Banna (1906-1949). Lui a sua volta fondò nel 1928 il movimento dei Fratelli Musulmani, uno dei più conosciuti movimenti del mondo islamico. L’Egitto in quegli anni era una monarchia semicoloniale sotto la protezione inglese quindi in quell’epoca il Movimento prometteva agli egiziani di liberare il Paese dal controllo britannico. Nel 1949 Hassan al Banna fu assassinato al Cairo da alcuni agenti monarchici: fu Anwar Sadat, all'epoca giovane ufficiale dei servizi segreti di re Faruk, a catturare e ucciderlo.

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Ikhwan al Muslimin crebbe velocemente anche in altri stati islamici e raccolse intorno a sé decine di migliaia di sostenitori.

In Egitto, un golpe militare rovesciò la monarchia semicoloniale sotto la protezione inglese. La Fratellanza pensò che potesse essere finalmente arrivato il momento per contribuire direttamente alla rinascita del paese. Il nuovo presidente Nasser inizialmente adottò un atteggiamento tollerante nei confronti dei Fratelli Musulmani, ma nel 1954 li considerò responsabili di un tentativo di omicidio a cui era scampato e iniziò ad arrestare e deportare i suoi membri. Per sopravvivere, la Fratellanza fece espatriare i suoi dirigenti più importanti. Alcuni si rifugiarono in Siria e Giordania, dove crearono delle branche della Fratellanza. Altri scapparono in Arabia Saudita, dove la Fratellanza venne subito protetta da Al-Saud.

La sinergia tra la monarchia wahhabita e il movimento si basava anche su un terreno dottrinale sostanzialmente comune, poiché i Fratelli Musulmani sono gli “eredi diretti, anche se non sempre rigorosamente fedeli, dell’ideologia salafita di Muhammad Abduh cioè il ritorno all’Islam e ai pii antenati.

Usurpata la custodia dei Luoghi Santi ed acquisito il prestigio connesso a tale ruolo, la famiglia dei Saud avvertì l’esigenza di disporre di una  organizzazione “internazionale” che le consenta di estendere la propria egemonia su buona parte della comunità musulmana in particolare dopo la rivoluzione islamica del 1978 in Iran. L’organizzazione dei Fratelli Musulmani mise a disposizione della politica di Riyad una rete organizzativa che trasse alimento dai cospicui finanziamenti sauditi.

L’Arabia Saudita infatti appoggiando il movimento di Ikhwan cercava di guadagnarsi un ruolo di primo piano nella politica araba e aumentare la sua influenza nel Golfo Persico, mentre con il petrolio si assicurava alleanze con l’Occidente.

Fu proprio da allora che i Fratelli Musulmani iniziarono a diffondersi in tutti i paesi arabi costituendo una rete finanziaria molto potente, che via via acquistò un peso sempre più rilevante anche in Europa.

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Negli ultimi anni, il movimento Ikhwan al Muslimin ed alcuni altri gruppi salafiti, appoggiati maggiormente dai wahabbiti, tacendo nei confronti dei crimini commessi dai takfiriti e dai wahabbiti sia in Egitto che in altri paesi islamici,  fecere da complice dell’ideologia wahabbita-takfirita. Gli ikhwaniti preferirono stare in silenzio nei confronti del massacro degli ulema sciiti e quelli sunniti che non condividevano il pensiero radicale dei wahabbiti sull’islam. Un triste esempio di questa complicità silenziosa dei fratelli musulmani ed altri gruppi salafati in Egitto fu l’assassinio del leader sciita Hassan Shehata, massacrato nel 2013 insieme ad altre 3 sciiti nel villaggio di Zawyat Abu Musalam nel governatorato di Giza.

Una folla guidata da uno sceicco salafita radicale, assaltò case e negozi nel villaggio prelevando dalle loro abitazioni Shehata ed altri quattro seguaci dello sciismo. Essi furono portati nel centro dell'abitato e qui presi a calci e pugni fino alla morte.

In quell’epoca Mohamed Morsi, esponente dei Fratelli Musulmani, era il presidente d’ Egitto. Però non ci fu nessuna reazione da parte di Morsi e di altri esponenti di Fratelli Musulmani a questo disumano massacro.

I fratelli musulmani però hanno subito conseguenze dannose per essersi fidati del regime di Al-Saud.

Jun 04, 2018 09:13 CET
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