• Iraniani Famosi (112): Hallaj (p.2)

Oggi vi presenteremo un grande sufi persiano del nono e decimo secolo ovvero Hussein Ibne Mansour, al Hallaj.

Nella puntata precedente abbiamo appreso che al-Ḥallaj, ossia Abū l-Mughīth al-Ḥusayn b. Manṣūr b. Maḥammā al-Bayḍāwī al-Ḥallāj è stato un mistico persiano. Di lui e’ stato detto che e’ una delle figure maggiormente discusse e controverse nel mondo islamico, e del Sufismo in particolare.
 Conosciuto anche in Occidente grazie agli studi del suo appassionato interprete, Louis Massignon, che lo definì il «martire mistico dell'Islam», la sua storia riflette e incarna l'apice del conflitto tra le teorie sufi e il letteralismo dei dottori della legge.
Abbiamo visto che lui rinuncio’ alla veste tipica dei sufi e adottò l'abito normale per parlare più liberamente al suo prossimo. Il suo apostolato era finalizzato prima di tutto a far conoscere Dio a tutti, carisma che gli conferirà il nome di “al-Ḥallāj al-astar”, “il Cardatore delle coscienze”, o “al-Ḥallāj al-asrār”, "Il Cardatore di segreti". Giudicato un eretico, e quindi  condannato a morte, al-Ḥallāj e’ considerato dai mistici una guida di grande elevatezza, ingiustamente martirizzata.

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Nel corso della sua vita Hallaj raccolse intorno a sé un gran numero di discepoli, di seguaci, devoti a lui e alla sua predicazione. Era un tipo di messaggio nuovo che si staccava dal rigorismo e dal formalismo della Legge religiosa. Viaggiò molto, spingendosi fino in Cina e in India, predicando e meditando lungo la strada.
La sua fama però non raggiunse solo il popolo, ma anche le autorità politiche, subito ostili alla sua attività. In quel periodo, durante il califfato degli Abbasidi, l'approccio teologico di Stato era stato quello del Mutazilismo, che mal sopportava una predicazione e un misticismo che si staccava sovente dal nomismo islamico. Sotto molti aspetti il suo parlare fu considerato eretico e blasfemo, che lo definirono un impostore e un falsificatore al fine di fomentare le masse contro di lui.

Durante il suo terzo pellegrinaggio alla Mecca, fu seguito da una numerosa schiera di fedeli, e questo fornì una motivazione al visir Ibn ʿĪsā, per il suo immediato arresto come sovversivo, che lo fece rinchiudere per nove anni in carcere a Baghdad.
Le ostilità continuarono anche dopo il suo rilascio. Gli oppositori cercarono più volte, e con ogni mezzo, di ottenerne la sua condanna, per la quale molti e autorevoli giuristi si rifiutarono però di dare il proprio assenso, dato il silenzio della Legge islamica circa l'espressione della propria opinione.
In questo soggiorno nella capitale abbaside va collocata la sua ben nota espressione teopatica (shaṭḥ), pronunciata alla presenza del noto mistico al-Shiblī nella moschea di al-Manṣūr, «Anā l-ḥaqq», “Sono la Verità”, proclamando con ogni evidenza formale di essere Allah.
Infine, dopo ripetuti processi e grazie a un appiglio giuridico, ma soprattutto per una mutata situazione politica, il partito avverso ebbe la meglio e con una ordinanza del califfo al-Muqtadir, al-Ḥallāj venne messo a morte il 26 marzo 922 (23 dhu l-Qa'da) con un supplizio particolarmente crudele.

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Sep 11, 2018 12:30 CET
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