• Iraniani Famosi (113): Hallaj (p.3)

Anche oggi vi parleremo del grande sufi persiano del nono e decimo secolo ovvero Hussein Ibne Mansour, al Hallaj.

Nelle puntate precedenti abbiamo appreso che al-Ḥallaj, ossia Abū l-Mughīth al-Ḥusayn b. Manṣūr b. Maḥammā al-Bayḍāwī al-Ḥallāj è stato un mistico persiano. Di lui e’ stato detto che e’ una delle figure maggiormente discusse e controverse nel mondo islamico, e del Sufismo in particolare. Conosciuto anche in Occidente grazie agli studi del suo appassionato interprete, Louis Massignon, che lo definì il «martire mistico dell'Islam», la sua storia riflette e incarna l'apice del conflitto tra le teorie sufi e il letteralismo dei dottori della legge.
Abbiamo visto che lui rinuncio’ alla veste tipica dei sufi e adottò l'abito normale per parlare più liberamente al suo prossimo. Il suo apostolato era finalizzato prima di tutto a far conoscere Dio a tutti, carisma che gli conferirà il nome di “al-Ḥallāj al-astar”, “il Cardatore delle coscienze”, o “al-Ḥallāj al-asrār”, "Il Cardatore di segreti". Giudicato un eretico, e quindi  condannato a morte, al-Ḥallāj e’ considerato dai mistici una guida di grande elevatezza, ingiustamente martirizzata.
Nel corso della sua vita Hallaj raccolse intorno a sé un gran numero di discepoli, di seguaci, devoti a lui e alla sua predicazione. Era un tipo di messaggio nuovo che si staccava dal rigorismo e dal formalismo della Legge religiosa. Viaggiò molto, spingendosi fino in Cina e in India, predicando e meditando lungo la strada.
La sua fama però non raggiunse solo il popolo, ma anche le autorità politiche, subito ostili alla sua attività.  Abbiamo anche appreso che infine, dopo ripetuti processi e grazie a un appiglio giuridico, ma soprattutto per una mutata situazione politica, i suoi nemici ebbero la meglio e con una ordinanza del malvagio califfo Abbaside al-Muqtadir, al-Ḥallāj venne messo a morte con un supplizio particolarmente crudele.

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Proprio il modo in cui venne ucciso, pero’, gli fa un grande onore nella storia del sufismo. Quando decisero di condannarlo a morte, ricevette un supplizio particolarmente atroce e crudele. Accettò la sua condanna, come un ulteriore modo per testimoniare il suo amore per Dio e gli altri. La sua morte è descritta da ʿAṭṭār come un atto eroico. Quando veniva portato in giudizio, un sufi gli chiese: “Cos'è l'amore?” ed egli rispose: “Lo vedrai oggi, domani e dopodomani”. Fu quel giorno appeso a una croce, dopo che sulla testa gli fu beffardamente messa una corona, fu bastonato, gli furono amputati mani e piedi e lasciato lì tutta la notte, decapitato e bruciato il giorno seguente, dopo che il suo cadavere fu cosparso d'olio. Le sue ceneri furono disperse al vento, il 27 marzo 922, dall'alto di un minareto.
“Questo è l'amore” disse ʿAṭṭār.

Sep 12, 2018 10:43 CET
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