In Islam ogni distinzione di razza, sesso, colore, discendenza, classe, regione o lingua è strettamente proibita al fine di evitare la creazione di barriere artificiali fra chi è privilegiato e chi non lo è. 

Secondo l’Islam tutta l’umanità, con tutte le sue diverse etnie, proviene da un’unica fonte comune e di conseguenza non è permesso a nessun individuo di sostenere di essere superiore o di possedere speciali privilegi per sfruttare un’altra persona. L’Islam non tollera il falso orgoglio legato alla discendenza o alla condizione sociale. In questa religione tutti gli individui hanno i medesimi e uguali obblighi per quanto concerne l’esecuzione dei diversi atti di culto nell’adorazione di Allah. Il ricco e il povero, il dirigente e il contadino, il bianco e il nero, colui con una vita decorosa e colui che invece ha pochi mezzi di sussistenza, tutti sono sullo stesso piano davanti a Dio in quanto esseri umani: il più nobile è colui che è il più virtuoso, il più sincero e il più costante nel culto e nelle buone azioni. Amici in questa puntata insieme a voi ascolteremo la storia del ritorno all’islam del Kareem Abdul-Jabbar uno dei giocatori americani più forti nella storia del basket. 

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Kareem Abdul-Jabbar (Lewis Alcindor )ha smesso di giocare nel campionato statunitense NBA nel 1990, ha vinto per sei volte il titolo di MVP (miglior giocatore della stagione). Lewis Alcindor è nato a New York in una famiglia cattolica nel 1947. Lewis dopo aver abbracciato l’islam nel 1971 ha scelto il nome di Abdul-Jabbar. Lui racconta così la storia della sua conversione all’islam e delle difficoltà che ha incontrato, come un personaggio famoso e come afroamericano, nel diventare musulmano:” Sono nato Lewis Alcindor. Oggi però sono Kareem Abdul-Jabbar. Il passaggio da Lewis a Kareem non è stato un solo cambio di nome ma una trasformazione della mente, del cuore e dell’anima. Per la maggior parte delle persone, convertirsi da una religione ad un’altra è una questione privata e personale. Ma quando sei famoso, diventa un argomento di pubblico dibattito. E quando uno si converte a una religione poco conosciuta seguono critiche anche sulla sua intelligenza e sul suo patriottismo. Anche se sono diventato musulmano più di quarant’anni fa, sto ancora difendendo quella mia scelta di cui sono soddisfatto.

Il mio avvicinamento all’Islam iniziò ai tempi del college quando avevo già ottenuto una certa notorietà come giocatore di basket. Essere famoso mi rendeva nervoso. Ero ancora giovane quindi non riuscivo a capire perchè fossi così restio a stare sotto i riflettori. Negli anni successivi ho cominciato a capirlo meglio. Volevano che fossi il chiaro esempio dell’uguaglianza razziale. Per loro ero la prova che il razzismo fosse un mito. Io sapevo invece che erano i miei 218 cm di altezza e il mio fisico atletico che mi avevano portato lì dov’ero, non certo le pari opportunità. Essere neri e di successo voleva dire nella maggior parte dei casi essere uomini dello spettacolo e dello sport. Sapevo che quella realtà era in qualche modo sbagliata, che qualche cosa doveva cambiare. Solo non sapevo cosa questo significasse per me.

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“La lettura della autobiografia di Malcolm X – leader delle proteste nere negli anni Cinquanta e Sessanta – fu di grande ispirazione per me in particolare riguardo alla religione. La storia della sua persecuzione subita dal Ku Klux Klan e l’emancipazione ottenuta attraverso l’Islam, mi hanno portato a decidere di studiare il Corano. E quando ero agli inizi della mia carriera con i Milwaukee Bucks dopo un periodo di studio nel 1971 mi sono convertito all’islam e ho cambiato il nome in Kareem Abdul-Jabbar che significa “il nobile servitore dell’onnipotente. Infatti il mio cambio del nome è stato un modo per rifiutare tutto ciò che fosse connesso con la schiavitù degli afroamericani.

Nel 1973 io ho viaggiato in Libia e Arabia Saudita, per imparare l’arabo e studiare il Corano. All’epoca stavo anche aggiungendo la mia voce al movimento per i diritti civili denunciando l’eredità della schiavitù e le istituzioni che l’avevano favorita. Questo rese la conversione  più politica di quanto non fosse mia intenzione. Questo ha fatto difficile la mia situazine. 

Purtroppo gli atti disumani e di terrorismo commessi da certi che si definiscono musulmani però in relatà non hanno niente a che vedere con il vero islam hanno fatto sì che il resto del mondo abbia paura di noi. Senza conoscere le attività pacifiche di oltre 1,6 miliardi di musulmani, vedono solo gli esempi peggiori. Una parte della mia conversione all’Islam comprende l’accettazione della responsabilità di insegnare agli altri la mia religione, non per convertirli, ma per coesistere con rispetto e sostegno reciproco e nella pace. » conclude il neo- musulmano americano Kareem Abdul-Jabbar.

 

Maggio 13, 2017 09:02 CET
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