Gen 20, 2020 07:00 Europe/Rome
  • Il Tahrif, versetti abroganti e abrogati- 1a parte

La questione del tahrif, ossia dell’alterazione o possibilità di alterazione del testo coranico, è stata ...

ampiamente discussa sia dagli studiosi musulmani sia dagli orientalisti. Linguisticamente la radice “ha-ra-fa” indica il limite o il confine di qualcosa. Nel passo 22:11 il termine harf viene utilizzato proprio in questo senso, biasimando coloro che professano la religione a parole ma mancano di vera fede. Zamakhshari eloquentemente spiega che il loro esempio è come quello di chi marcia nelle ultime file di un esercito: se vince prende parte allo spartirsi del bottino e se perde è il primo a fuggire.[1]

 

I versetti 4:46 e 5:13 presentano il termine in forma verbale, avente il significato di “alterare”. “Alterazione” in questa sede potrebbe indicare sia “alterazione del testo scritto” che “alterazione dei significati”. Più precisamente si possono introdurre vari tipi di alterazione che elenchiamo di seguito:

Alterazione del significato di una parola o di una frase: ciò implica l’errata interpretazione di uno o più passi coranici.

 

Alterazione nella sequenza dei passi o delle sure: vale a dire inserire un passo o una sura in una posizione differente dall’ordine in cui sono stati rivelati.

 

Alterazione nella recitazione: poiché sin dai primi tempi dell’Islam si è assistito a vari stili di recitazione del Corano. Al giorno d’oggi la documentazione storica ne riporta sette più noti, tre addizionali meno diffusi ed altri quattro più rari per un totale di quattordici recitazioni.

 

Alterazione nella pronuncia: poiché ogni clan e tribù aveva un proprio dialetto diverso da quello quraiscita.

 

Alterazione delle singole parole: ossia il cambiamento di una parola, presumibilmente difficilmente pronunciabile per qualcuno, con un suo sinonimo.

 

Alterazione attraverso parti aggiuntive: inerente all’aggiunta di frasi addizionali, spesso considerate però come interpretazioni dei versetti o chiarificatrici delle cause della rivelazione e quindi non parte integrante del testo coranico.

 

Alterazione attraverso l’omissione di parti testuali: ciò implica la perdita di passi rilevanti del Corano di cui non si avrebbe più notizia.

 

Le controversie maggiori inerenti alla questione del tahrif si sono avute in relazione all’ultimo tipo menzionato. Alcuni studiosi hanno effettivamente pensato alla possibilità di questo tipo di tahrif mentre la quasi totalità dei sapienti e degli studiosi musulmani ha rigettato questa idea.

 

L’eresiografo egiziano Muhammad Abdul-Latif, noto come Ibn al-Khatib, pubblicò nel 1948 un’opera intitolata “al-Furqan” dove cerca di provare l’alterazione del Corano ritenendo che già prima del califfato di Uthman il testo coranico sarebbe stato manomesso. La natura controversa dell’opera in un contesto come quello egiziano ne causò subito la messa al bando. In maniera analoga lo Shaykh iraniano Muhammad Husayn Nuri Tabrisi (d. 1902) scrisse “Fasl al-Kitab fi Tahrif Kitab Rabb al-Arbab” riportando una serie di narrazioni sia da fonti sunnite che sciite che proverebbero l’alterazione del testo coranico.

 

Alcune narrazioni sul tahrif

 

Nel “Sahih” di Bukhari si parla di un passo coranico inerente alla lapidazione. Ciò nonostante che il testo coranico a disposizione non riporti niente di simile. La questione della lapidazione viene infatti discussa sulla base di alcune narrazioni ed in ambito giuridico ma non su prove coraniche. Secondo quanto riportato da Ibn Abbas nel Bukhari si evince però che Umar Ibn al-Khattab ritenesse che vi fosse un versetto inerente alla lapidazione che un tempo fu memorizzato e compreso.[2]

 

In un’altra narrazione sempre presente nel Bukhari, Umar ricorda di recitare dal Corano il seguente passo, che non troviamo però presente nel Libro: “O gente! Non dite di discendere da altri che i vostri padri, che è miscredenza ritenere di discendere da altri che il proprio padre”.[3]

 

Nel “Sahih” di Muslim si cita Abu Musa al-Ash’ari che parla di una sura da lui dimenticata lunga come la sura al-Tawba e di un’altra lunga come una delle Musabbihat. Si tratta comunque di un hadith qudsi che Abu Musa potrebbe aver confuso ritenendolo parte del Corano poiché lo stesso Muslim lo riporta come hadith qudsi nel medesimo capitolo.[4]

 

Muslim riporta anche una narrazione da Aisha secondo la quale il legame di parentela tra una balia e un neonato sarebbe stato di dieci poppate finché non venne rivelato l’essere di cinque poppate. Aisha poi afferma che il passo delle cinque poppate si trovava ancora nel Corano nel momento della dipartita del Profeta.[5]

 

Infine nell’opera “al-Kafi” c’è un capitolo in cui si dice che solo Ali e i suoi successori abbiano raccolto il Corano come è stato rivelato[6] ed in un altro capitolo si afferma che il Corano rivelato a Muhammad sia stato di 17.000 versetti.[7]

 

Gli studiosi musulmani hanno in genere scartato sempre l’idea che nel Corano vi fossero parti mancanti: a volte rifiutando l’autenticità di simili narrazioni ed a volte fornendone una più plausibile interpretazione.

 

 A cura di Islamshia.org

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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