Feb 28, 2021 06:15 Europe/Rome
  • Imam Khomeini, giurisprudenza islamica e cambaiamenti clima - 1a P.

Le riforme sociali più recenti hanno creato un grande cambiamento nella struttura sociale delle società musulmane, che si sono alienate completamente dai tradizionali sistemi legali, politici e sociali basati prevalentemente sulla giurisprudenza islamica.

Comunque, nonostante tutti questi cambiamenti, la credenza nell’Islam è rimasta, e l’essere musulmani e al contempo ‘moderni’ ha creato non poche difficoltà nella vita delle persone. Questa situazione insopportabile ha spinto i grandi sapienti a formulare soluzioni in accordo alle nuove strutture e istituzioni sociali senza ovviamente dimenticare la fede e i possibili modelli legali che essa richiede.

Il primo tentativo nel mondo sciita venne fatto da un grande sapiente del diciannovesimo secolo: ‘Allamah Sayyid Muhammad Husayn Na’ini (1856-1936). Nella sua famosa opera intitolata “Tanbih al-ummah wa tanzih al-millah” (Risvegliare la comunità e purificare il credo), egli cercò di armonizzare il sistema costituzionale di governo con il sistema politico e legale islamico. La notevole quantità di critiche di cui fu soggetto questa opera è un chiaro segno della difficoltà di tale sforzo.

Nella sua opera Na’ini cerca di rispondere agli argomenti presentati a discapito della liceità di un organo legislativo o del parlamento fintanto che esistono le leggi della shari’ah. Gli autori di queste tesi sostenevano che se le leggi del parlamento si identificavano nel Corano e nella Sunna, non vi era bisogno del suddetto organo, e se erano contrarie riflettevano innovazioni di dubbia natura e quindi erano proibite (haram). Tra le figure promotrici di tale idea vi fu Shaykh Fadhlallah Nuri (1842-1909), un famoso sapiente di Teheran, che riteneva l’idea di un parlamento inaccettabile poiché richiedente un organo legislativo che infrange la Legge rivelata.

Na’ini rispose a tali argomenti attraverso il complesso stile linguistico dei circoli di giurisprudenza del suo tempo, che rende la lettura della sua opera molto difficile. Egli afferma che le funzioni e le responsabilità di un governo, come quella di stabilire le leggi, garantire l’ordine, difendere i cittadini e regolare gli affari della società, vengono suddivise in due categorie. Esse sono incluse nei testi religiosi nelle parti inerenti ai diritti e doveri (e quindi vengono espressi esplicitamente dalla shari’ah) oppure non sono inclusi nei testi religiosi. Dato che questi ultimi non vengono definiti in accordo a regole o criteri specifici, sono stati delegati al governante della società.

Quindi la prima categoria di leggi è “esplicita” (mansus) e non può essere mutata da circostanze spazio-temporali. La seconda categoria di leggi invece è “implicita” (ghayr-mansus) ed è soggetta alle circostanze spazio-temporali. Anche durante il periodo del Profeta (S) e degli Imam infallibili, questioni giudiziarie sorte in parti differenti del territorio islamico non erano incluse nelle “leggi esplicite”. Durante l’occultazione del dodicesimo Imam, la responsabilità di formulare queste regole ricade sui giurisperiti islamici, che sono i suoi rappresentanti, o su coloro che sono stati da questi ultimi autorizzati.

Inoltre Na’ini afferma che la gran parte delle regole sociali fanno parte della seconda categoria, la quale è di competenza del “guardiano degli affari” (wali amr) e dei suoi rappresentanti. Queste regole sono soggette a circostanze spazio-temporali e quindi vi deve essere un “consiglio” (shura), sotto al quale ricade l’elaborazione e la presentazione di queste leggi, i cui membri vengono eletti dal popolo. Dopo che le leggi vengono ratificate dall’Assemblea Consultiva Nazionale (majlis) e approvate da mujtahid qualificati e autorizzati dall’Imam infallibile, divengono obbligatorie. Tale obbligo però non è come quello delle “leggi esplicite”, ma soggetto a possibili modifiche e abrogazioni.

Anche l’‘Allamah Muhammad Husayn Tabataba’i (1892-1982) credeva che le società non possono essere governate da un singolo sistema legale:

“In un periodo in cui le genti viaggiavano a piedi o con cavalli, asini e muli, un mezzo di trasporto con le ruote era inconcepibile, ma in epoca moderna sono sorte nuove tecnologie per i trasporti aerei, marittimi e terrestri. L’uomo antico conduceva un vita semplice, ma oggi il lavoro è diventato più tecnico e, di conseguenza, è stato suddiviso in varie branche. I lavori e i sistemi di lavoro sono stati suddivisi e caratterizzati da migliaia di regolamenti creati appositamente.”

Al contempo Tabataba’i riteneva che l’Islam sia una religione che si indirizza alle necessità dell’uomo in ogni tempo:

L’Islam include metodi e regole che garantiscono la prosperità della comunità dell’uomo nel miglior modo possibile e garantisce il soddisfacimento dei vari bisogni della vita moderna.”

Allamah Tabataba’i divide le leggi in mutabili e immutabili: quelle che cambiano per le condizioni spazio-temporali e dei cambiamenti della società e quelle che riguardano l’essenza dell’umanità, comune a tutti gli uomini di ogni luogo e tempo. Per dirla in breve, Allamah Tabataba’i possiede la stessa opinione di Allamah Na’ini.

Il problema di questa opinione è relativo al fatto che le “leggi esplicite” della shari’ah sono fisse, quando invece buona parte di esse è inerente a condizioni e circostanze particolari. Basta chiedersi se un cammello o una mucca donati come prezzo di sangue facciano parte o meno dell’essenza dell’umanità. E’ possibile considerare la muzari’ah (noleggio del servizio di un agricoltore), la musaqat (permesso per un agricoltore di usufruire dei frutti coltivati) o la mudharabah (vendita del prodotto di terzi per dividerne il ricavato) relativi all’essenza dell’umanità? Tale domanda è alquanto ovvia.

A ogni modo, Allamah Tabataba’i, come Allamah Na’ini, ritenne che sono le leggi mutabili a cadere sotto la giurisdizione della wilayah al-‘ammah:

Questo principio si indirizza alle necessità transitorie delle genti in ogni era, tempo o luogo, e il loro cambiamento non è in conflitto con le leggi primordiali dell’Islam.”

Quindi secondo l’Allamah Tabataba’i l’autorità del wali è paragonabile all’autorità del capo di famiglia che quotidianamente deve prendere delle decisioni in base alle condizioni spazio-temporali senza badare ai drastici cambiamenti strutturali e legali della società. Egli ignora il legame profondo che vi è tra le leggi legali e la struttura sociale. La sua idea è abbastanza simile a quella di Rashid Ridha, il quale riteneva che la comunità possiede l’autorità di creare leggi fintanto che non contraddicono la shari’ah esplicita.

L’opinione di Allamah Tabataba’i venne presentata dal suo studente Murtadha Mutahhari (1920-1979). Egli scrive:

Il problema inerente all’Islam e alle esigenze temporali è il problema della coesistenza e della coordinazione tra due soggetti contrari in natura. Uno è fisso e immutabile, mentre l’altro è soggetto a cambiamenti. L’Islam non è abrogabile, ed è immutabile e permanente, e le esigenze temporali, ivi incluse le condizioni di vita dell’uomo, non sono immutabili. In tal caso, come possono due cose, una immutabile e l’altra mutabile, coesistere l’una con l’altra?”

Dopo aver sollevato la questione, l’Ayatullah Mutahhari risponde dicendo che le regole dell’Islam non sono tutte immutabili, né le esigenze e condizioni temporali sono tutte mutabili. Nell’Islam vi sono piuttosto sia fattori transitori che immutabili.

La differenza tra l’opinione del martire Mutahhari e quella del suo maestro è che quest’ultimo non è a favore della possibilità di cambiamento delle “leggi esplicite”, mentre Ayatullah Mutahhari rompe questa barriera, aprendo così nuove porte nel pensiero islamico. Secondo l’Ayatullah Mutahhari l’Islam possiede un meccanismo all’interno del suo sistema legale che produce dei cambiamenti senza aver bisogno di qualcuno che lo faccia dall’esterno. Ovviamente è soltanto ai sapienti che spetta la competenza di scoprire tali cambiamenti.

Fonte: http://islamshia.org/cambiamento-sociale-e-stasi-della-giurisprudenza-islamica-la-soluzione-dellimam-khomeyni/

 

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