Mar 01, 2021 06:35 Europe/Rome
  • 'Rafforzatemi la scorta

ROMA - Il diplomatico rimasto ucciso nell'agguato del 22 febbraio portato a termine nella provincia congolese del Nord Kivu, già tre anni fa aveva scritto alla Farnesina per chiedere maggiore sicurezza.

È sulla sicurezza che adesso si puntano i riflettori nell'ambito delle indagini sull'agguato costato la vita, lo scorso 22 febbraio, all'ambasciatore Luca Attanasio, al suo guardia del corpo e all'autista.

Già poche ore dopo l'attacco, portato a termine nella provincia congolese del Nord Kivu, gli inquirenti si sono chiesti come mai il nostro rappresentante diplomatico viaggiasse senza scorta e su un mezzo non blindato.

Su La Stampa nelle scorse ore è emersa l'indiscrezione secondo cui lo stesso ambasciatore italiano, operativo a Kinshasa dal 2017, avesse chiesto un aumento dei dispositivi di sicurezza dodici mesi dopo il suo arrivo nella capitale della Repubblica Democratica del Congo.

Attanasio aveva messo nero su bianco tutte le sue preoccupazioni sulla sua incolumità in una lettera spedita alla Farnesina nel 2018. Nella missiva il nostro rappresentante diplomatico ha formalmente chiesto il rafforzamento della scorta. In quel momento infatti l'ambasciata italiana a Kinshasa aveva a disposizione due Carabinieri.

Il diplomatico ne chiedeva almeno quattro. Il tutto perché le condizioni di sicurezza nel Paese africano non erano delle migliori. Soprattutto nell'est del Paese, in quelle province del Nord Kivu, del Sud Kivu e dell'Ituri da anni fonte di instabilità.

Evidentemente Luca Attanasio aveva avvertito di effettuare missioni in territori dove il controllo delle forze regolari non è molto esteso e lemilizie spesso sono tengono in loro possesso ampie fette di Paese.

Come da prassi, la Farnesina in risposta alla lettera dell'ambasciatore ha inviato un proprio ispettore a Kinshasa. La situazione però non è apparsa forse così grave da acconsentire a un raddoppio della scorta. Il nostro ministero degli Esteri ha quindi rigettato la richiesta di Luca Attanasio. I giornalisti de La Stampa hanno sottolineato di aver contattato la Farnesina ma di non aver ricevuto, in merito a questa vicenda, ulteriori dichiarazioni.

Le responsabilità dell'Onu

Fin qui il ruolo del ministero degli Esteri sulla sicurezza del nostro ambasciatore ucciso in Congo. Ma è la stessa Farnesina a sua volta a dover chiedere conto per quanto accaduto nel Nord Kivu alle Nazioni Unite.

E questo per due motivi. In primis, nella provincia in questione è operativa da 20 anni la missione Onu Monusco, la quale ha il compito di monitorare la situazione sul territorio proprio perché l'intera area è coinvolta in un conflitto forse dimenticato, ma mai realmente risolto. In secondo luogo perché il convoglio su cui viaggiava Luca Attanasio è stato organizzato dal World Food Programme (Wfp), ente delle Nazioni Unite.

Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha chiesto nei giorni scorsi chiarimenti tanto all'Onu quanto al Wfp. Ci si chiede, in particolare, come mai Attanasio in quel giorno si è mosso con al suo seguito soltanto un carabiniere. Al suo convoglio non è stato assegnato alcun casco blu per la scorta, né tanto meno un mezzo blindato.

Fonti Onu ai media hanno riferito nei giorni scorsi che è prassi non viaggiare con scorta al seguito in queste zone, per non dare l'idea alla popolazione locale di effettuare manovre militari. Ma quella strada che dal capoluogoGoma si addentra nel parco del Virunga è da anni teatro di rapimenti da parte delle milizie in guerra o di criminali comuni. Qualcosa di più, sul fronte della sicurezza, andava forse fatto. Ed è su questo tema che si concentreranno le indagini nelle prossime settimane.

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