Lug 05, 2022 04:06 Europe/Rome
  • Conte-Draghi: governo al bivio: non sono pochi nodi da sciogliere

ROMA - Il Movimento 5 Stelle resterà al governo o uscirà dalla maggioranza garantendo comunque un appoggio esterno?

La domanda rimbalza da giorni tra i partiti e mercoledì 6 luglio sarà il giorno della verità. Inizialmente previsto per lunedi', l'incontro a Palazzo Chigi tra Giuseppe Conte e Mario Draghi è stato posticipato a mercoledi.

Giuseppe Conte si gioca in pochi giorni buona parte del proprio futuro politico. Dopo mesi di oblio, l’ex premier potrebbe tornare al centro della scena determinando la fine della legislatura e, forse, del Movimento 5 Stelle (o di quel che ne resta). Mercoledi', il numero uno dei pentastellati incontrerà il suo successore a Palazzo Chigi, Mario Draghi, e porrà una serie di condizioni per continuare ad appoggiare il governo.  

Ma al vertice Conte vuole arrivare con un mandato preciso. Per questo in mattinata si riunirà il Consiglio Nazionale del M5S – composto dai vicepresidenti e da altri esponenti noti del Movimento, come i capigruppo di camera e senato, Appendino e Bonafede – che avrà il compito di stilare la lista degli ultimatum a Draghi.

La richiesta principale sarà di non mettere la fiducia al decreto Aiuti, che dovrebbe arrivare in Aula entro la metà del mese e contiene una serie di misure invise ai 5 Stelle.

Innanzitutto, il provvedimento introduce alcune modifiche al Superbonus 110%, misura bandiera dei pentastellati più volte criticata da Draghi, che la vorrebbe stravolgere. Alcune limitazioni pensate dal governo sono state allentate, ma il Movimento vuole molto di più: chiede lo sblocco totale dei crediti e pretende che i colossi pubblici (Poste e CDP) ricomincino a riacquistare i crediti derivanti dallo sconto in fattura.

Il decreto Aiuti contiene poi la norma che sblocca la costruzione dell’inceneritore di rifiuti a Roma, infrastruttura contro la quale i 5 Stelle si sono sempre battuti. A maggio i ministri del Movimento (compreso il fu Luigi Di Maio) si erano astenuti in Consiglio dei ministri sul termovalorizzatore capitolino, nella speranza di risolvere la questione attraverso un emendamento, che però non è passato.

Un’altra proposta di modifica è stata invece approvata nella notte fra giovedì e venerdì in commissione alla Camera e rappresenta il terzo problema del Movimento con il decreto Aiuti. L’emendamento rende più rigido il reddito di cittadinanza, stabilendo che il rifiuto di un’offerta congrua anche di un privato comporterà la perdita del sussidio. Al momento, invece, la decadenza scatta solo quando a essere rigattata è un’offerta che arriva dai Centri per l’impiego. La proposta, avanzata da una deputata scissionista con Di Maio, è stata accorpata agli emendamenti del centrodestra ed è passata con i voti contrari solo di 5S e Leu.

Infine, è prevedibile che Conte e Draghi parleranno anche del prossimo invio di armi in Ucraina. In questo caso, però, il leader del Movimento deve tenere il punto più per posa elettorale che per reale convinzione: sa benissimo di non poter fare nulla per bloccare la nuova fornitura a Kiev, che non ha bisogno di un passaggio parlamentare per partire, ma solo di un decreto interministeriale che dovrebbe arrivare in settimana. Su questo punto Palazzo Chigi potrebbe limitarsi a dare un contentino ai 5S, ribadendo una generica disponibilità a “percorrere la via diplomatica” con la Russia.

In generale, Conte deve allontanare da sé lo stigma della totale irrilevanza e per questo ha bisogno che Draghi gli conceda una vittoria qualsiasi sul fronte interno. Difficile immagina che basti una pacca sulla spalla, considerando che la maggioranza dei gruppi parlamentari 5S (c’è chi dice addirittura il 70-80%) preme per lo strappo, tentata dalla prospettiva di tornare all’opposizione e risalire così nei sondaggi.

Il problema è che Mattarella, Draghi e perfino Letta hanno fatto capire chiaramente che, se questo governo cadesse, l’unica prospettiva sarebbe quella di tornare alle elezioni a novembre. Un bluff? Possibile, ma Conte non è un cuor di leone e sa benissimo che il voto anticipato spazzerebbe via il Movimento dalle Camere, oltre a far saltare la pur discutibile alleanza del “campo largo” con il Pd. Se a questo si aggiungono la scissione di Di Maio e le voci secondo cui Grillo vorrebbe tornare definitivamente in teatro, ce n’è abbastanza per prevedere che, alla fine, l’ex Premier eviterà la rottura. Il suo vero errore, in fondo, è stato scegliere di tornare all’Università per dedicarsi a un mestiere di cui sa poco o nulla.

 

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