Sep 15, 2019 18:01 Europe/Rome
  • L’Arabia Saudita è in trappola;  lo Yemen non è più senza difesa

di Davood Abbasi

Sabato 14 Settembre, una squadrone di droni bombardieri della resistenza yemenita, dopo aver percorso un tragitto di oltre 800 km nei cieli, hanno bombardato i due stabilimenti di Abqaiq e Khurais, di proprietà della compagnia Saudi Aramco, i più grandi dell’Arabia Saudita.

L’azienda saudita ha fatto sapere che la produzione di petrolio del regno è scesa da circa 10 mln di barili al giorno fino a 5,7 milioni di barili al giorno.

Gli Stati Uniti, per voce del segretario all’Energia Rick Perry, hanno cercato di tranquillizzare ricordando che useranno le loro riserve strategiche per rimediare alla mancanza di petrolio innescata dalla riduzione della produzione saudita.

La stessa International Energy Agency, di fatto amministrata dagli Stati Uniti, ha però ammesso che il prolungamento della crisi, potrebbe far schizzare il prezzo del barile.

 

Le implicazioni e le conseguenze politiche regionali e mondiali del gesto della resistenza yemenita sono però molteplici.

In primo piano, gli Houthi che insieme al resto degli yemeniti si sono ribellati alla dittatura filo-saudita nel loro paese, erano praticamente incapaci di rispondere in alcun modo alla macchina da guerra saudita a partire dall’inizio dell’aggressione, nel marzo del 2015.

Per anni, gli yemeniti sono stati costretti a subire bombardamenti a tappeto che hanno reso in miseria la loro terra, causando la morte di oltre 50 mila persone; in più, l’embargo imposto dai sauditi, ha scatenato un’epidemia di colera in Yemen con oltre un milione di contagiati, riducendo alla fame 15 milioni di persone.

Questa situazione ingiusta imposta ad un intero popolo, ignorata dalla comunità internazionale per tutti questi anni, forse perchè lo Yemen non ha petrolio e non è una terra ricca, ha spinto la resistenza yemenita a sviluppare tecnologie sempre più progredite.

Il movimento rivoluzionario Ansarullah ha iniziato colpendo obbiettivi all’interno del territorio saudita, ad una profondità di 100-200 km, e con i mesi hanno apparentemente incrementato la loro capacità, raggiungendo la capacità di colpire la capitale Riyadh, e poi gli stabilimenti petroliferi del regno che stanno ad est, in prossimità del Golfo Persico.

I 10 droni bombardieri degli yemeniti, che hanno volato per 800 km e sono tornati indietro nelle basi dopo aver percorso la stessa distanza, possono ora colpire ancora, e di fatto l’Arabia Saudita si trova indifesa dinanzi alla forza yemenita, sviluppatasi in questi anni.

Gli Stati Uniti accusano l’Iran di aver fornito lo Yemen di armi, ipotesi abbastanza remota, considerando che in Yemen non si riescono a mandare nemmeno cibo e medicinali, gli yemeniti stessi dicono di avere lavorato gli Scud che avevano acquistato negli anni passati e di essere arrivati ai droni ed ai massili con maggiore gittata.

 

Qualunque sia la fonte delle armi yemenite, il loro zelo per difendere la patria o l’appoggio presunto dell’Iran, il punto è che in questo momento l’Arabia Saudita si trova in una situazione di totale smarrimento; intrappolata nella gabbia che ha costruito con le proprie mani.

Il fatto che la produzione petrolifera saudita si sia dimezzata, mette in grandissime difficoltà gli Stati Uniti, che per ottusione hanno anche proibito ai propri alleati l’acquisto del petrolio iraniano.

Sicuramente, l’attacco degli yemeniti agli impianti petroliferi sauditi non sarà l’ultimo, anche perchè la furia distruttrice di Mohammed bin Salman non sembra aver fine; e cosi, con la mancanza di petrolio, il prezzo salirà, ma soprattutto ci saranno maggiori pressioni sugli Usa per rinunciare al divieto imposto sull’acquisto di petrolio iraniano.

E ciò, risulterà come un clamoroso fallimento per la politica di “massima pressione”, annunciata da Washington contro l’Iran.

Già questa politica, aveva iniziato a dare segni di cedimento con la rimozione di John Bolton, sicuramente il più anti-iraniano del team di Donald Trump.

 

La via d’uscita per tutti, soprattutto per il fronte composto da Arabia Saudita e Stati Uniti, sarebbe la pace.

In altre parole, il principe saudita Mohammed bin Salman, alla quale piace giocare alla guerra, comprare armi e fare la voce grossa, dovrebbe rassegnarsi a non bombardare più lo Yemen, e accettare il naturale sviluppo democratico di questo paese, dove la gente chiede il diritto all’autodeterminazione, senza dover obbedire al dittatore filo-saudita di turno.

Insomma, come è avvenuto anche per il Qatar, l’Arabia Saudita deve rassegnarsi al fatto di aver perso il controllo di un altro dei paesi limitrofi, che solitamente erano di fatto un loro vassallo.

Ciò permetterebbe ai sauditi di ripristinare la loro produzione petrolifera. Per non parlare della popolazione yemenita, dove c’è veramente una crisi umanitaria, e dove c’è davvero bisogno di pace, per milioni di persone ridotte inutilmente a condizioni disumane.

L’Iran, da 4 anni, chiede la fine di questa guerra attraverso il dialogo; i media occidentali continuano a tacciare questa soluzione filo-iraniana, ma bisognerebbe chiedersi quale altra soluzione è possibile auspicare per una guerra inutile.

Probabilmente, la preoccupazione saudita, e sullo sfondo quella statunitense, è che il nuovo Yemen, quello formato dai rivoluzionari, come accaduto per Turchia, Iraq, Siria e Libano, diventi un nuovo alleato dell’Iran nella regione.

Il punto però è che questi alleati dell’Iran, hanno scelto Teheran perchè le autorità iraniane, negli ultimi anni, anche a livello regionale, hanno sempre agito mettendo al primo posto il dialogo, tentando di allentare le tensioni e sviluppare gli scambi economici.

E’ chiaro che Usa e Arabia Saudita non potranno impedire la volontà di indipendenza di una nazione, anche decimandone la popolazione, e fin quando riporranno i loro interessi nelle guerre e nella morte della gente, per forza di cosa, non avranno un indice di gradimento tanto alto tra le popolazioni mediorientali.

 

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