Ago 09, 2020 05:05 Europe/Rome
  • Libano, dopo le esplosioni a Beirut

- Le tremende esplosioni che hanno devastato il porto di Beirut appaiono, man mano che i giorni passano e le parole s’intrecciano, sempre meno fatalità e sempre più volontà precisa di qualcuno.

A confermare questa lettura ci sono interessi evidenti e specifiche tecniche difficili da confutare. Il racconto della fabbrica di fuochi d’artificio non ha retto; nessuno dotato di un minimo si logica e di senno installa una fabbrica di fuochi pirotecnici in un’area ad alto traffico di persone e merci.

Allora,vista la scarsa credibilità di questa pista, in soccorso del depistaggio internazionale è arrivata la storia della nave ormeggiata in porto (ovviamente russa, ma solo perché non vi sono navi cinesi che operano in zona).

Ciò che si è voluto spacciare come versione più credibile è l’ipotesi che si sia trattato di una violentissima esplosione di nitrato, ma i dati tecnici a supporto non sembrano confermare. Perché una esplosione di nitrato produce fumo nero e non bianco e rosso come si vede nei filmati. Inoltre, indipendentemente dalla quantità di nitrato, in nessun modo una sua esplosione può sviluppare la forma “a fungo” che si è vista nei video, tipica invece di una esplosione atomica, anche a bassissimo potenziale. Da ultimo, per un cortocircuito, per il fuoco o per alta temperatura il nitrato non esplode: serve un detonatore con innesco. E comunque, per quanto forte sia l’esplosione del nitrato, essa non determinerà mai un terremoto di 4,5 gradi della scala Richter, come quello registrato a seguito delle esplosioni.

Le esplosioni, va ricordato, sono state due e non simultanee. La probabilità che acquista forza di ora in ora è che si sia trattato di due missili, il secondo dei quali lanciato dopo l’arrivo dei soccorritori. Secondo Hussein Karim, esperto di esplosivi, il primo sembra un missile antinave del tipo Gabriel, il secondo del tipo Dalila. Dunque si sarebbe trattato di un attentato israeliano.

Se questa pista sarà confermata dalle indagini dell'esercito libanese, ci sarebbe da indignarsi. Ma non da stupirsi: non sarebbe infatti la prima volta che Israele colpisce in modo vigliacco e sanguinoso i paesi circostanti e lo stesso Iran. Non c’è paese arabo, sciita o sunnita, che abbia avuto il privilegio di essere risparmiato dalle aggressioni israeliane. E meno che mai ci si potrebbe stupire ora, dopo che Netanyahu ha in qualche modo rivendicato l’attacco e quando Tel Aviv gode del massimo sostegno politico e militare statunitense dalla sua nascita che la mette al riparo da ogni tipi di reazione militare e politica.

Ma quali che siano le ipotetiche, specifiche responsabilità israeliane, risultano evidenti i progetti di destabilizzazione del Libano che Stati Uniti, Francia e Israele propugnano con forza.

L’obiettivo della nuova campagna di destabilizzazione in Libano è Hezbollah, il “partito di Dio”, l’organizzazione politico-religiosa sciita che ha come guida Nasrallah. Appare probabilmente un dettaglio il fatto che tra sciiti e drusi il 42% della popolazione libanese si senta rappresentato proprio dal “Partito di Dio”.

Hezbollah deve la sua popolarità in Libano sia al sostegno attivo alla popolazione che alla sua capacità di difendere l’indipendenza e la sovranità territoriale del paese dei cedri grazie ad un dispositivo militare di primissimo ordine. Ben lo sa Israele, che venne già severamente castigata nel 2006, quando invase il Libano e venne costretta alla ritirata proprio da Hezbollah, che inferse un duro colpo all’immagine di presunta invincibilità di Thasal. Del resto, quando una guerriglia affronta un esercito, se non viene distrutta ha vinto: mentre quando un esercito affronta una guerriglia, se non la distrugge ha perso. Hezbollah non solo non venne sconfitto, meno che mai disarmato, anzi aumentò notevolmente le sue capacità militari a spese dell'esercito israeliano e della popolazione dell'Alta Galilea. 

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