May 14, 2022 06:42 Europe/Rome
  • Il regime sionista, sangue e impunità

AL QUDS - Le autorità politiche e militari del regime sionista sono a tal punto abituate ad agire nella completa ...

impunità che, subito dopo l’assassinio di mercoledì in Cisgiordania occupata della giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Akleh, avevano emesso un comunicato ufficiale per attribuirne sostanzialmente la responsabilità ai combattenti palestinesi. Solo dopo che la versione israeliana è stata smentita dalle testimonianze di chi si trovava con la reporter palestinese con passaporto americano e dall’analisi dei filmati disponibili in rete, Tel Aviv ha fatto una parziale marcia indietro e ostentato un atteggiamento più cauto.

Ciò che seguirà, tuttavia, è tutt’al più un’inutile indagine interna alle forze armate sioniste, le cui conseguenze, si può affermare con certezza fin da ora, saranno le stesse di quelle seguite a decenni di occupazione illegale, violenze e discriminazioni imposte al popolo palestinese.

Tutto quello che i vertici militari di Tel Aviv hanno ammesso è che nei momenti precedenti la morte di Shireen Abu Akleh era in corso uno scontro a fuoco, risultato di un’operazione nel campo profughi di Jenin, dove si sta da qualche tempo consolidando una resistenza palestinese più o meno spontanea contro le incursioni sempre più frequenti degli occupanti. Da svariate settimane, iI regime sionista è responsabile di violenti raid militari quasi quotidiani in West Bank, ufficialmente in risposta alla nuova ondata di attacchi anti sionisti che come sempre, le ritorsioni indiscriminate di Tel Aviv per questi episodi sono sproporzionate e hanno già causato decine di martiri e centinaia di feriti tra i palestinesi.

Tutti gli elementi che sono emersi sui fatti di mercoledì a Jenin indicano che quanto avvenuto è un’esecuzione in piena regola di una veterana giornalista cristiana-palestinese che, come i colleghi con cui si trovava sul campo, indossava un elmetto, un giubbotto antiproiettile con la scritta “STAMPA” (PRESS) e, una decina di minuti prima della sua morte, si era assicurata di informare i militari della propria presenza.

La reporter che era con lei, Shatha Hanaysha, ha dato un resoconto drammatico dei fatti. Mentre il gruppo di giornalisti si stava dirigendo verso il campo profughi di Jenin, è iniziato il fuoco senza alcun avvertimento. Il primo a essere colpito, alla schiena e in maniera non fatale, è stato il collega di Al Jazeera, Ali al-Samoudi. Hanaysha e Shireen Abu Akleh sono rimaste bloccate sul lato opposto della strada nel tentativo di evitare le pallottole. A quel punto è arrivato un colpo al collo di Shireen Abu Akleh che è crollata a terra all’istante. Quando l’altra giornalista ha cercato di avvicinarsi per cercare di prestarle soccorso, è stato esploso un altro colpo e Shatha Hanaysha si è salvata solo riparandosi dietro un albero che l’ha nascosta alla vista dei soldati israeliani. Quest’ultima ha concluso il suo racconto poco dopo i fatti accusando “l’esercito di occupazione” di avere “sparato per uccidere”.

La stessa impressione l’ha avuta Ali al-Samoudi, il quale da un letto di ospedale ha spiegato che il gruppo di giornalisti di cui faceva parte si trovava in uno spazio aperto dove erano perfettamente visibili. Inoltre, Samoudi ha assicurato che in quel punto non erano in corso scontri a fuoco con i palestinesi, né erano presenti combattenti o civili palestinesi. “Stavamo filmando l’operazione dell’esercito israeliano”, ha spiegato Samoudi, e “improvvisamente [i militari] ci hanno sparato senza chiederci di allontanarci o di interrompere le riprese”. 

Ancora Samoudi ha poi aggiunto un particolare decisivo per ricostruire l’accaduto, cioè che il luogo dove il gruppo di giornalisti si trovava per svolgere il proprio lavoro era stato scelto precisamente perché lì non vi era presenza di combattenti palestinesi. “Se ce ne fossero stati”, ha affermato Samoudi, “non ci saremmo andati”. I giornalisti, infatti, avevano scelto un incrocio stradale dove sapevano che i combattenti palestinesi non si sarebbero avvicinati perché totalmente all’aperto e senza la possibilità di trovare riparo dal fuoco israeliano. Numerosi testimoni hanno infine riferito che gli scontri a fuoco stavano avvenendo a una certa distanza dal luogo dove è stata assassinata la reporter di Al Jazeera, ovvero in alcuni vicoli del campo profughi.

 

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