May 19, 2022 00:14 Europe/Rome
  • La lunga mano insanguinata della Nato sulla Libia

Il premio che avevo provocatoriamente annunciato di voler consegnare ieri è rimasto senza un vincitore:

nessuno sulla stampa italiana (da quel che ho potuto vedere, ma sono accette segnalazioni) ha definito quando avvenuto ieri a Tripoli “fallito colpo di Stato”. Ma molti ci sono andati vicini, chiamando Bashagha “il primo ministro parallelo”, pertanto l’outsider, il rivale. Per la stampa italiana ed europea conta più quanto diciamo noi di quanto dicano i Libici. A noi piace Dabaiba, il parlamento libico invece ha votato la fiducia a Bashagha lo scorso febbraio. Pertanto secondo noi Dabaiba è il premier designato e Bashagha “il primo ministro parallelo”. Infatti quanto accaduto ieri a Tripoli ha lasciato più macerie nella stampa italiana che non a Tripoli stessa: impreparazione, propaganda di guerra, visione colonialista della storia. Non ci siamo fatti mancare niente. E, in vista di un’eventuale ripresa del conflitto, la faccenda è triste. Parecchio triste. Perché non c’è nessuno, tranne noi qui sull’AntiDiplomatico, a far parlare i Libici. Ma veniamo ai fatti. Come ampiamente scritto nei mesi scorsi, in seguito al voto di fiducia del Parlamento libico lo scorso febbraio a Fathi Bashagha, la carica di primo ministero di Dabaiba (già formalmente scaduta il giorno delle mancate elezioni dello scorso dicembre) era di fatto decaduta. Da allora il premier designato dai Libici attendeva il momento di entrare a Tripoli ed insediare il proprio governo, mentre già alcuni ministri di Dabaiba si dimettevano. Avevamo raccontato di come le milizie di Bashagha si stessero annoiando alle porte di Tripoli in attesa del momento propizio per entrare nella capitale. Nel frattempo però sono successe diverse cose, da febbraio a oggi. La Nato ha trasportato nuovi armamenti a Tripoli, in particolare il Regno Unito. E poi, come per magia, tra le città di Sabratha e Zawiyah, sulla costa a ovest di Tripoli, è ricomparso l’Isis, che a suon di omicidi e apertura delle carceri e seguente liberazione di altri criminali e affiliati, ha di fatto stabilito una vera e propria roccaforte operativa. E come verranno finanziati tutti questi miliziani dell’Isis? Semplice, li paghiamo noi, con i soldi del gas e del petrolio libico. Richard Norland, ambasciatore americano, riesce ancora una volta a dirottare i proventi verso il governo Dabaiba, quello illegittimo, quello appunto sostenuto dalla Nato, anziché verso il governo Bashagha, votato dai Libici. Per la verità, finanziare le milizie di Tripoli con i soldi del petrolio è stato il modello di base sin dal 2011, anche perché buona parte di quel petrolio viene trafugato da quelle milizie, ossia sottratto alle casse dello Stato, e venduto a Europa e Turchia attraverso un sofisticato meccanismo di riciclaggio (come da foto). Ma in occidente le carte di questo immane traffico sono secretate (come da inchiesta “Dirty Oil” della procura di Catania). A questo punto i Libici, i cittadini libici, le sigle di categoria, i sindacati, decidono di chiudere i pozzi. E non è la prima volta, era successo anche tra il gennaio e l’ottobre del 2020. In un momento di estrema necessità di approvvigionamento energetico per l’Europa, questa mossa andava neutralizzata. In che modo: l’Isis è arrivato per questo. A Zawiyah, dove si sono stabiliti, c’è una delle principali raffinerie di petrolio della Libia, costantemente sotto controllo della locale milizia. Se la Libia tutta vuole vendere il petrolio, anche da questa raffineria deve passare. Ma se poi i soldi devono finanziare le milizie e non i lo stato sociale dei cittadini libici, comprensibilmente i cittadini libici decidono di chiudere i pozzi. Comprensibile, no? Domenica scorsa ci sono stati poi pesanti scontri militari alla periferia di Tripoli, nel quartiere di Janzour, tra la capitale e la costa occidentale controllata ora dall’Isis. La Commissione nazionale per i diritti umani in Libia (NCHRL) ha condannato "gli scontri, l'incitamento alla violenza e la destabilizzazione della sicurezza e della stabilità". Ha inoltre espresso "forte insoddisfazione per la debolezza del sistema di sicurezza a Tripoli e nella regione occidentale”. "Tali scontri sono crimini orrendi e costituiscono una flagrante violazione del diritto umanitario internazionale, del diritto internazionale dei diritti umani, delle leggi e delle legislazioni nazionali. Inoltre, mettono sconsideratamente in pericolo la vita di civili innocenti, destabilizzano la sicurezza e la stabilità e minacciano la pace sociale”. Il Comitato ha invitato il Consiglio presidenziale e il Governo di unità nazionale (GNU) di Dabaiba ad "assumersi le proprie responsabilità per fermare immediatamente gli scontri”. 

 

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