Giu 26, 2022 05:31 Europe/Rome
  • Il cambio di rotta di Erdogan

ANKARA - Si parla in questi giorni della normalizzazione dei rapporti Turchia e Arabia Saudita quando il pesidente Erdogan ha stretto la mano al principe bin Salman.

Ci sono diversi elementi da tenere in considerazione per comprendere il cambio di rotta di Erdogan, oltre a quello di natura economica. In primo luogo, il riavvicinamento a Riyadh deve essere collegato al riassestamento complessivo della politica estera turca degli anni scorsi che stava producendo per questo paese un isolamento sempre più marcato. A dare l’impulso al cambiamento può essere stata, tra l’altro, la diversificazione strategica promossa da MBS per il regno wahhabita, concretizzatasi in un atteggiamento meno rigido, o decisamente collaborativo, nei confronti di paesi al centro di conflitti e tensioni, come Siria e, soprattutto, Israele.

Un isolamento che per Ankara rischiava seriamente di aggravarsi anche in conseguenza dei più recenti sviluppi sul fronte energetico, con il formarsi cioè di un asse tra le monarchie del Golfo, Israele, Egitto, Grecia e Cipro, considerato una seria minaccia per la Turchia, che rischia di vedersi esclusa dalle nuove rotte del gas in fase di progettazione nel Mediterraneo orientale. A riprova di ciò, è possibile citare anche la parallela riconciliazione con Israele dopo anni di gelo. Non è un caso, a questo proposito, che, in concomitanza con la visita di Mohammad bin Salman, il ministro degli Esteri israeliano, Yair Lapid, si sia recato giovedì anch’egli ad Ankara.

Dietro a questi movimenti c’è con ogni probabilità in parte il governo americano e i colloqui incrociati di questi giorni potrebbero in qualche modo preparare il terreno alla visita di Biden nella regione, programmata per la metà di luglio. 

In definitiva, le mosse di Erdogan sembrano indicare una volontà di tornare a giocare le proprie carte sul tavolo del fronte filo-americano, con l’obiettivo di recuperare il terreno perduto in ambito economico e della sicurezza per via delle tensioni che hanno caratterizzato questi ultimi anni. Il ristabilimento dei rapporti con l’Arabia Saudita va visto in questa prospettiva, così da evitare il rischio del consolidarsi di un blocco guidato da Riyadh e Tel Aviv nella regione mediorientale che potrebbe appunto escludere la Turchia.

Nonostante l’apparenza, le scelte di politica estera di Erdogan continuano a sfuggire a una classificazione netta. Fermo restando l’interesse economico immediato, che risponde in primo luogo a esigenze elettorali, l’orientamento strategico turco resterà quasi certamente improntato al multilateralismo e all’indipendenza.

Basti ricordare in questo senso la posizione tutto sommato equilibrata tenuta fin qui nei confronti del conflitto russo-ucraino e l’opposizione all’ingresso di Finlandia e Svezia nella NATO. Ciò che resta da verificare è ad ogni modo la capacità di Erdogan, a un anno esatto dal voto più delicato della sua carriera politica, di conservare in modo vantaggioso l’indipendenza strategica della Turchia in un clima internazionale sempre più infuocato.

 

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