Nov 25, 2022 07:25 Europe/Rome
  • La guerra di Erdogan in Siria

ANKARA - "Le nostre operazioni con aerei, artiglieria e droni armati contro forze curde in Siria sono solo l'inizio", "la nostra offensiva in Siria potrebbe ...

coinvolgere anche truppe terrestri", "continueremo a colpire terroristi in Siria". Sono le affermazioni del governo turco dopo l'appello lanciato dalla Russia ad Ankara perché eserciti moderazione e si astenga da qualsiasi uso eccessivo della forza in Siria. 

La nuova operazione militare inaugurata dalla Turchia di Erdogan contro le milizie curde in Siria ed anche in Iraq ha messo nuovamente in luce il precario stato delle relazioni all’interno della Nato e, in particolare, tra il governo di Ankara e gli Stati Uniti. Da Washington è arrivata comunque una mezza approvazione dei bombardamenti ordinati da Erdogan, mentre la Russia ha invitato quest’ultimo alla moderazione, sia pure concedendo alla Turchia l’uso dello spazio aereo nel nord della Siria, che Mosca controlla di fatto. Dietro all’atteggiamento cauto dell’amministrazione Biden si nascondono appunto tensioni che durano ormai da anni e sono strettamente collegate alla crisi interna al Patto Atlantico, sempre più visibile anche negli sviluppi della crisi ucraina.

L’offensiva turca oltre il confine meridionale è ufficialmente la conseguenza dell’attentato terroristico avvenuto a Istanbul una decina di giorni fa e che Ankara aveva subito attribuito al PKK e al suo omologo siriano YPG (“Unità di Protezione Popolare”). Le bombe turche sono iniziate a cadere nella serata di domenica e, secondo le autorità di Ankara, avrebbero già eliminato qualche centinaia di “terroristi” curdi. Erdogan ha inoltre lasciato intendere che, a breve, potrebbe seguire un intervento di terra nelle aree controllate dai curdi nel nord-est della Siria. Se ciò dovesse accadere, si tratterebbe della quarta operazione di terra turca condotta in Siria dall’inizio del conflitto in questo paese.

Martedì, un bombardamento delle forze di Ankara ha colpito una base delle Forze Democratiche Siriane (SDF) in una località a meno di 50 chilometri dal confine turco e limitrofa alla struttura principale che, in quest’area, ospita il contingente militare americano stanziato illegalmente in Siria. La prudenza della stampa ufficiale ha lasciato intendere che le forze Usa non siano state interessate dall’incursione turca, ma è probabile che la base colpita, anche se nominalmente occupata dalle milizie curde, sia controllata dagli americani o che in essa vi fossero militari americani. La testata on-line Al-Monitor ha scritto che la base in questione era nota per avere ospitato “delegazioni diplomatiche americane”, mentre non è chiaro se al momento dell’attacco turco fosse presente personale Usa.

Nell’operazione, sempre secondo fonti citate da Al-Monitor, sarebbero morti due membri di una “unità anti-terrorismo locale sostenuta dagli Stati Uniti” e, poco più tardi, un comunicato ufficiale della “coalizione” guidata dai militari americani aveva invitato Ankara a considerare una de-escalation per limitare i rischi causati sia ai civili sia alla stabilità della regione. Nel nord-est della Siria, rimangono circa un migliaio di militari americani e un numero imprecisato di “contractors” che collaborano con le Forze Democratiche Siriane, dominate dalle milizie curde, ufficialmente per combattere ciò che resta del Daesh (ISIS).

La partnership curdo-americana aveva da subito incontrato l’ostilità della Turchia, avvelenando i rapporti con gli Stati Uniti e altri alleati Nato. Il sospetto di Erdogan è che Washington utilizzi i curdi per condurre operazioni di destabilizzazione in Turchia. Infatti, dopo il recente attentato in una delle strade pedonali più frequentate di Istanbul, vari membri del governo turco e lo stesso Erdogan avevano denunciato il sostegno americano ai “terroristi” curdi. Il ministro dell’Interno, Süleyman Soylu, aveva addirittura paragonato l’espressione di cordoglio dell’ambasciata USA per le vittime dell’attentato al “ritorno dell’assassino sul luogo del delitto”.

 

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