Nov 13, 2019 11:57 Europe/Rome
  • Trump esulta caduta Morales: dopo Bolivia tocchera' a Venezuela. Maduro risponde

- Il presidente venezuelano Nicolás Maduro ha avvertito oggi il collega Donald Trump di essere pronto a combattere dopo il "colpo di Stato" di cui, ha assicurato, è stato vittima Evo Morales in Bolivia con la complicità "dell'imperialismo nordamericano".

Il capo dello Stato venezuelano ha affermato che ora Trump dice che "presto sarà la volta del Venezuela e del Nicaragua. Allerta popolo, andiamo a combattere!", ha esclamato, proseguendo: "Volete lo scontro? Andremo a questo scontro per la pace, la Patria, la sovranità e per la rivoluzione bolivariana del Venezuela". Ed ha aggiunto: "La vittoria ci appartiene e lo dimostreremo nelle strade con la nostra unione civico-militare".

Maduro si è detto certo che "Trump ha dato l'ordine di rovesciare l'indigeno", assicurando che a Morales "hanno mostrato un fucile per costringerlo a firmare la lettera di dimissioni", mentre "l'Organizzazione degli Stati americani non ha detto una parola sulle irregolarità di Morales, ma gli ha dato una pugnalata alle spalle".

Commentando gli ultimi sviluppo in Bolivia, il presidente americano aveva definito le dimissioni del presidente della Bolivia, Evo Morales, come "un momento significativo per la democrazia nell’emisfero occidentale". Secondo l'inquilino della Casa Bianca, gli eventi in Bolivia sono un segnale forte per i "regimi illegittimi" del Venezuela e del Nicaragua. "Le dimissioni di ieri del presidente della Bolivia, Evo Morales, sono un momento significativo per la democrazia nell'emisfero occidentale", ha dichiarato Donald Trump in riferimento ai recenti eventi nel paese latinoamericano a causa delle polemiche sui risultati delle elezioni presidenziali e la legittimità di un altro mandato presidenziale di Morales. Secondo l'opinione del presidente degli Stati Uniti, "questi eventi mandano un forte segnale ai regimi illegittimi in Venezuela e Nicaragua in quanto la democrazia e la volontà del popolo prevarranno sempre ".

Intanto Evo Morales è giunto in Messico a bordo di un aereo militare inviatogli da Andrès Manuel Lopez Obrador. Perù ed Ecuador hanno negato il diritto di sorvolo all’aereo messicano e la cialtronata rende bene l’idea di cosa siano i governi di Lima e Quito. Evo è stato costretto all’esilio per fermare la caccia all’uomo che i golpisti avevano previsto, che sarebbe terminata solo con la morte del presidente legittimo della Bolivia e del suo vice, Alvaro Garcia Linera.

La stampa ufficiale e i suoi megafoni europei parlano di dimissioni, ma tra dimettersi ed essere costretto a dimettersi c’è una differenza che si chiama Colpo di Stato. E quello avvenuto in Bolivia è, semplicemente, indiscutibilmente, un colpo di Stato. Solo che chiamarlo con il suo nome otterrebbe una condanna da parte di tutti, anche di quelli che ora si fregano le mani, quindi è gara aperta per i possibili eufemismi con cui definire quanto accaduto.

Non c’è stata nessuna irregolarità nel conteggio dei voti alle elezioni, lo confermano esperti statunitensi. Ma hai voglia a contare voti, se il voto che decide è quello di un altro Paese. Hai voglia a districarti nelle maglie della Costituzione se viene violata. Hai voglia a pretendere che gli organismi internazionali svolgano il proprio ruolo se agiscono con lo strabismo dell’OSA che chiede il rispetto del mandato presidenziale in Ecuador ma non in Bolivia. Stati Uniti e multinazionali degli idrocarburi ordinano il menù che camerieri locali in abiti civili e uniformi militari consegnano al tavolo.

Un presidente legittimo, che ha il 47% dei voti, è stato obbligato a dimettersi. La democrazia muore a La Paz e chi dovrebbe difenderla, militari e polizia, sono i primi a seppellirla insieme alla dignità delle loro divise. Le orde fasciste della destra boliviane sono state scatenate per diffondere il terrore con lo stesso identico copione utilizzato in Nicaragua nel 2018: persone prese, torturate, denudate ed umiliate obbligate al peggio; stupri, assassinii, case messe a ferro e fuoco, assalti alle istituzioni, spargimento del terrore in ogni dove. Perché quando il mandante è lo stesso il copione è identico.

La violenza ha trasformato la minoranza in maggioranza. Non è necessario essere fedeli al governo, basta essere indigeni per subire la ferocia più atroce. Perché questo colpo di Stato è, tra le altre ignominie, una vendetta etnica. Contro un presidente che aveva fatto dell’amalgama etnica e della mediazione tra i diversi interessi di classe un segno della riconciliazione nazionale, ferita da un passato di presidenti cialtroni specializzati nell’ordinare ai militari di sparare sugli indigeni per tenere aperti i portafogli dei privilegi dei bianchi.

I militari sono stati parte attiva, anche se defilata, del progetto di colpo di Stato. Hanno recitato la parte prevista, avvertendo il legittimo presidente che non sarebbe stato difeso dalla minaccia di ucciderlo, di sterminare i suoi ministri e la sua famiglia. Gli hanno ordinato e non suggerito di dimettersi, come voleva la destra; di annullare il voto come voleva la destra; di cacciare il tribunale elettorale, come voleva la destra. Insomma, se voleva salvare il paese poteva scegliere: obbedire alla destra senza i militari od obbedire alla destra con i militari. Perché la destra è, prima di ogni altra cosa, lo strumento che gli Stati Uniti adoperano per prendersi un Paese. E i militari obbediscono. Non alla Costituzione boliviana, ma al Comando Sud dell’US Army.

 

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