Ott 13, 2020 19:34 Europe/Rome
  • Nella capitale del razzismo USA

WASHINGTO (Pars Today Italian) –– Il biglietto da visita è gigantesco. Un contestatissimo billboard – un pannello sei metri per tre – al bordo della Statale 65.

Una scritta che inneggia al suprematismo bianco. Falliti finora tutti i tentativi di rimuoverla, malgrado migliaia di firme raccolte. Benvenuti a Harrison, ombelico suprematista degli USA. Lungo la "Main street" e nella piazza principale, l'offerta culturale è parimenti allettante. A destra, la bandiera confederata sventola nella brezza ancora tiepida davanti al barbiere "Freedom". Dall'altro lato della strada, accanto a una quercia screziata d'autunno, il monumento alle vittime degli Stati Confederati. Che come è noto dichiararono l'indipendenza dagli Stati Uniti per non rinunciare agli schiavi (detto in estrema sintesi). Oggi Harriso viene considerata la città più razzista d'America. Un nomignolo affibbiatole per le sue rivolte di oltre un secolo fa contro la minoranza afro-americana, tuttora quasi inesistente. I bianchi costituiscono il 96% della popolazione. Gli afro-americani poche decine di famiglie. Tra cui Kevin Cheri, ex-guardia ranger. A suo parere il barometro del razzismo indica la temperatura sbagliata. "Harrison non è più razzista di altre città d'America", dice Cheri. È un volontario della task Force locale per le relazioni razziali. Ovvero, quelle relazioni che qui sono tese da decenni. Anche perché il gran capo del Ku Klux Klan Thomas Robb l'ha usato come quartier generale. uo figlio, Nathan Robb, è il proprietario del Dixie Outfitters nella vicina Branson, assurdo negozio di memorabili confederate e souvenir del razzismo. C'è tutto quanto ci si possa immaginare. Compreso un bikini a stelle e strisce. All'esterno del negozio una copia della celebre "General Lee" della serie di telefilm (altra epoca) conosciuta come "Hazzard" in italiano. In un angolo del negozio sono celebrati i cugini Bo & Luke, con lo zio Jessie e l'inafferrabile cugina Daisy. Il signor Nathan, il titolare, ha toni molto cordiali. Accetta l'intervista. Smentisce legami col KKK, l'organizzazione tuttora diretta da suo padre e considerata "hate group". Quando gli chiedo se sia pronto a ripudiare il KKK non mi risponde. Quando gli chiedo se in USA esista un problema di razzismo glissa garbatamente, affermando che sua moglie è cresciuta in Mississippi senza problemi. "Siamo un negozio per chi è appassionato di Storia degli USA e del Sud del nostro paese". Bugie, ancorché in forma cordiale. Basta guardarsi intorno. Il simbolo confederato non è un drappo qualsiasi. È il vessillo più controverso d'America. Usato da suprematisti bianchi, nazionalisti, neo-nazisti ed estremisti d'ogni sorta. Me li ricordo di persona a Charlottesville, nel 2017. Non solo. Ma lo usa chiunque voglia ribadire un messaggio di disprezzo verso una categoria specifica di persone. "Discorsi d'odio" come li definisce l'ACLU, una delle principali organizzazioni per i diritti civili qui in America. Quella controversa bandiera confederata non è stata mai abbandonata. L'abbiamo vista sventolare un po' ovunque. Non così di frequente, per fortuna. Ma qui nell'ombelico dell'America rurale, in Oklahoma, in Missouri, in Texas, l'ho vista decina di volte. Il drappo degli Stati Sudisti sventola fiero davanti a quel barbiere. Kevin Cheri, l'ex-ranger afroamericano, dice che lì non ci mettere piede. "I capelli, sorride, me li faccio tagliare da qualcun altro". Emiliano Bos

 

 

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