Dic 04, 2021 22:49 Europe/Rome
  • Il lato scuro della guerra

“La guerra non è che la continuazione della politica con l’aggiungersi di altri mezzi”. La ben nota massima dello stratega prussiano Karl von Clausewitz rappresenta in modo estremamente sintetico la definizione che meglio calza per spiegare cosa sia la Hybrid Warfare (Guerra Ibrida).

Ultimamente, sempre più spesso e a volte a sproposito, si sente parlare di questa forma di conflitto come se fosse qualcosa di nuovo, ma in realtà il concetto di Guerra Ibrida è qualcosa di conosciuto da tempo negli ambienti militari. Nella sua accezione contemporanea, la Hybrid Warfare comincia a essere teorizzata nella prima metà degli anni ’90, come vedremo a breve, ma giova, ai fini della nostra trattazione, fornire un panorama storico/politico di lungo periodo per capire come si sia giunti alle moderne forme di conflitto ibrido e come esso dipenda strettamente dai principi della Guerra Asimmetrica. Gli albori La Seconda Guerra Mondiale viene unanimemente considerata il vero punto di svolta nella definizione di un conflitto moderno: le guerre formalmente dichiarate, con scambi di dichiarazioni tra le diplomazie, cessano di esistere dalla fine di quello scontro globale e pertanto assumono contorni più sfumati, asimmetrici, irregolari, grazie al terreno fertile stabilito dalla divisione in blocchi contrapposti (la Guerra Fredda) che cristallizza la possibilità di uno scontro convenzionale su grande scala a causa del possesso di arsenali nucleari, che si paventava (e si paventa ancora se pur drammaticamente in modo diverso) sarebbero stati usati in caso di conflitto aperto. Stati Uniti e Unione Sovietica si affrontano “altrove” rispetto all’Europa, dove passava la “linea del fronte”, ovvero in conflitti in Paesi terzi, non allineati, in Medio Oriente, Africa, America Latina, Estremo Oriente sfruttando quelli che oggi vengono definiti proxy nel quadro della Guerra Asimmetrica: attori locali, statuali e non, che combattevano sostenuti politicamente e direttamente dai due contendenti globali. I due schieramenti (Usa/Nato e Urss/Patto di Varsavia) perseguivano cioè i propri obiettivi strategici (l’indebolimento dell’avversario e il possibile collasso del suo sistema) in modo indiretto, non attribuibile, sfruttando quindi organismi e organizzazioni non propriamente combattenti (Cia e Gru) da cui dipendevano gli attori locali che di volta in volta veniva usati o che agivano direttamente “dietro le linee nemiche”. A ben vedere questo meccanismo comincia prima: già nella Prima Guerra Mondiale erano state sviluppate unità speciali d’assalto che venivano impiegate dietro le linee del fronte in azioni di sabotaggio, mostrando il primo embrione di attitudine a operare in modo irregolare, che maturerà nel conflitto successivo quando le formazioni partigiane saranno uno degli strumenti dei Paesi Alleati per sconvolgere la retroguardia dell’Asse e da usare ad hoc per preparare il terreno per operazioni militari (ad esempio per l’operazione Overlord). La propaganda, in quegli anni, era invece il mezzo politico per cercare di minare la fiducia del nemico, e combinata con l’attività di spionaggio, sabotaggio e coordinamento delle forze partigiane ha rappresentato il primo nucleo dottrinale di quella che diventerà poi la moderna Guerra Ibrida. Guerra senza limiti Gli anni ’90 del secolo scorso vedono la fine di un mondo diviso nelle logiche dei blocchi contrapposti ma non la cessazione dei conflitti. Restando nel nostro “vicinato”, oltre al conflitto nei Balcani, esplodono guerre nell’estero vicino russo animato da sentimenti di indipendenza. Tra di essi la Cecenia ha rappresentato un caso di studio che ha evidenziato la necessità di riformulazione della Hybrid Warfare: sono le forze separatiste cecene ad aver messo in pratica una nuova forma di questo tipo di contrasto, riuscendo a mettere in seria difficoltà la Russia, esattamente come l’Iraq, anni dopo, ha rappresentato il prototipo di guerra ibrida messa in pratica da attori non statuali per gli Stati Uniti. Nasce così la “scuola americana” per la Hybrid Warfare che viene intesa come multidimensionale e poggiante su 4 pilastri fondamentali: attori coinvolti (mercenari, terroristi, agenti domestici), mezzi (armi convenzionali, sperimentali e di uso comune), tattiche (azioni convenzionali, legittime, illegittime, guerriglia, terrorismo, propaganda) e moltiplicatori (guerra psicologica, informatica, informativa, sfruttamento reti sociali, estorsione, cyberterrorismo). Però a metà di quel decennio, dall’altro capo del mondo, qualcuno aveva teorizzato, se pur in modo prettamente filosofico, la nuova Guerra Ibrida. Si tratta dei generali cinesi Wang Xiangsui e Qiao Liang che pubblicano il saggio “Guerra senza limiti” (Unrestricted Warfare) mettendo nero su bianco per la prima volta la teoria di una guerra moderna mirata a stravolgere i canoni convenzionali di un conflitto, unica modalità possibile, per la Cina di allora, di contrastare una superpotenza come gli Stati Uniti. Il soldato, il carro armato, perfino l’agente segreto, diventano parte marginale di uno scontro che si perpetra attraverso tutti gli strumenti possibili, leciti e illeciti: da quello diplomatico a quello informativo passando per, ad esempio, la manipolazione del mercato azionario. La guerra, quindi, non è più appannaggio di personale “in divisa”, ma si sfuma in molteplici dimensioni, dove il ricorso al soldato, usato in modo convenzionale, è solo l’ultima ratio. I due generali cinesi, lasciando trapelare tutta la base filosofica propria della loro cultura (Sun Tzu), affermano che si deve “combattere la guerra adatta alle armi di cui disponiamo”, cioè ricercare la tattica ottimale per le armi che si dispongono, e “costruire armi idonee alla guerra”, vale a dire prima stabilire le modalità di combattimento, poi sviluppare le armi. Si tratta di una rivoluzione, la cui portata è stata meglio compresa e sviluppata dalla Russia rispetto all’Occidente, anche per una questione strettamente legata alla cultura, alla storia e alle tradizioni di quel Paese. Sempre nel 1995, proprio dalle parti di Mosca, il generale Machmut Achmetovic Gareev pubblica il saggio “If war comes tomorrow? The contours of future armed conflict” che contribuisce a lanciare – e svecchiare – la visione del warfare russo verso quella che viene definita Political Warfare, o Guerra Ibrida. Egli sposta il classico concetto di “difesa di profondità” che si basa sulla distanza fisica che divide un opponente all’altro, verso una teoria più ampia, identificabile come Information Warfare, che però ha un’accezione diversa rispetto a quella occidentale avendo una postura prettamente strategica e con uno spettro d’azione a 360 gradi. Il generale Gareev, cioè, preconizza che le guerre del futuro devono essere (anche) condotte sul piano della propaganda e della disinformazione mirata, che sono utili per agire sia sulla società civile, minandone la fiducia nel sistema nazionale o creando disordini pubblici, sia sulle forze armate in generale, indebolendone la struttura con un impegno costante. Quindi non più un conflitto aperto, dichiarato, che implicherebbe una difesa convenzionale (in profondità) ma una provocazione costante, “invisibile”, attuata su più fronti per fratturare il tessuto sociale avversario, la sua economia, la sua sicurezza e capacità di controllo politico. Una guerra “indiretta” (o non-contact) che comprende “attacchi di precisione senza contatto diretto contro uno Stato e i suoi sistemi di controllo militari, le sue comunicazioni, la sua economia” come descritto da un contemporaneo di Gareev, il generale Vladimir Slipcenko. Abbiamo detto che l’occidente ha “faticato” di più per comprendere la rivoluzione in atto, ma non per questo non ha utilizzato metodologie di Hybrid Warfare. Essendo risultato vincitore della Guerra Fredda, e avendo quindi uno strumento potentissimo dato dal sistema capitalista, lo ha sfruttato per cercare di ottenere gli stessi risultati. Dagli anni ’90 in poi, infatti, l’economia e il mercato vengono utilizzati come veri e propri “strumenti bellici” per ottenere gli stessi risultati della Guerra Ibrida di formulazione cinese o russa. Sanzioni economiche, istituzione di dazi, svalutazioni di monete nazionali ad hoc, perfino la penetrazione culturale o l’attività illecita finanziaria di società operanti nelle borse mondiali, o di Ong (Organizzazioni Non Governative) vengono usate come strumento per ottenere un fine strategico simile, se non sovrapponibile, a quello delineato dalla dottrina russa o cinese, tanto che è possibile parlare di “operazioni militari diverse dalla guerra”. Del resto proprio gli Stati Uniti hanno usato le sanzioni internazionali, gli embarghi, con estrema disinvoltura nel corso della loro storia per raggiungere i loro obiettivi di politica estera senza dover ricorrere a una guerra guerreggiata, anche se, è bene ricordarlo, questa attività può determinare un conflitto aperto (vedere il caso giapponese nella Seconda Guerra Mondiale). Ancora una volta si “combatte” con le armi di cui si dispone. 

 

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