Gen 23, 2022 23:45 Europe/Rome
  • Il grande inganno di Biden

Il primo anno di incarico di Joe Biden si conclude con un segno di continuità in materia migratoria.

Nonostante la promessa di una riforma integrale sia stata il cavallo di battaglia della campagna presidenziale che, con la deplorazione delle misure restrittive di Donald Trump, gli ha procurato simpatie e preferenze, non si è rivelato coerente, efficace o, persino, trasparente. Gran parte dell’architettura della gestione precedente persiste in vigore e gli stessi attivisti affermano che il contributo dei democratici si limita alla narrativa, con qualche ritocco isolato. Soprattutto, si conservano i capisaldi dell’espulsione rapida (provvedimento d’urgenza, decretato da Trump a marzo del 2020, e noto come Titolo 42) e della permanenza delle persone sul lato messicano, in attesa dei pronunciamenti giudiziari dei fascicoli aperti (Protocollo di protezione dei migranti, Mpp per la sigla in inglese). Le organizzazioni di diritti umani hanno postulato la cessazione del Titolo 42 e del Mpp, così come la elaborazione di una strategia proattiva per ricostruire il processo di asilo, senza poter vedere alcuna correzione sostantiva. Malgrado l’eliminazione del Mpp, altrimenti conosciuto come “Restare in Messico”, poco dopo l’investitura, il tribunale supremo giudicò l’azione come indebita e ordinò il suo ripristino. Biden non aveva fatto i conti con le preoccupazioni degli stati del sud, Texas in testa, pensando di affrontare e risolvere una questione dai risvolti politici, sociali ed economici, nonché identitari, interculturali e psicologici, con una decisione esecutiva, il cui esito negativo ha tagliato le gambe a una eventuale negoziazione con i repubblicani. Biden ha introdotto alcune esenzioni per minori non accompagnati, famiglie con bambini, e donne in stato interessante, essendo i casi che avevano occupato i media internazionali. Tuttavia, centinaia di migliaia di aspiranti all’asilo negli Stati Uniti vengono rimpatriati, ed è il Titolo 42 a tenere l’impatto maggiore sulla crisi, complicato dalle conseguenze di “Restare in Messico”. La principale differenza introdotta da Biden, che ha fatto largo uso del Titolo 42, si trova nella diversa applicazione della legge all’interno del paese, per la presenza di nessi di vicinanza sociale fra l’elettore statunitense e i migranti, e sulla frontiera, dove l’attenzione del cittadino medio è inferiore. Le retate nei posti di lavoro di Trump, per esempio, avevano scosso l’opinione pubblica americana. In quel frangente, ogni individuo privo di documentazione, per effetto dell’infrazione della normativa nazionale sull’immigrazione, poteva essere sottoposto ad arresto e deportazione. Con Biden, invece, nei contesti urbani, si priorizzano soggetti che rappresentano una minaccia per la sicurezza, e si estende l’attuazione a tutti gli illegali, sulla demarcazione con il Messico e il Canada. Questa dicotomia ha generato uno scenario in cui sono diminuiti gli arresti della polizia all’interno – 72mila nel 2021, quando con Trump la media era di 148 mila l’anno -, e sono aumentate le espulsioni al confine – 1.7 milioni, un totale non registrato prima, complice il fatto che, dal momento dell’installazione di Biden, l’esodo dal sud ha toccato una cifra record. Il 61 per cento è stato allontanato con il Titolo 42, uno strumento che ha permesso di decongestionare il confine con il Messico. I repubblicani hanno, infatti, messo in chiaro che non agevoleranno nessun riordino fino a quando la frontiera non sarà sotto controllo. Il quadro non è molto diverso sul versante delle quote per i rifugiati. Trump le ridusse da 85 mila a 15 mila, il limite più basso nella storia moderna degli Stati Uniti. All’inizio, Biden avvallò questo tetto, ma le energiche proteste di alleati a Capitol Hill, e il timore di perdere il consenso, lo indussero a elevarlo a 62.500. Per il 2022, è stato fissato un massimo di 125 mila. Comunque, nell’anno fiscale 2021 sono stati approvati solo 11.411 richiedenti e la situazione, per stessa ammissione del governo, non lascia intravedere che la meta possa essere raggiunta. L’ambiziosa agenda, che prevedeva una roadmap di otto anni, per concedere la cittadinanza ai circa 11 milioni che risiedono in forma clandestina negli Stati Uniti, non è stata votata né al parlamento né al senato, e si considera ormai un testo morto. I senatori democratici hanno, anche, cercato di far passare elementi di revisione migratoria in una proposta sulla previdenza sociale, ma ne è stata deliberata l’incongruenza con l’ambito della spesa pubblica. L’incapacità del mandatario di dialogare con l’opposizione e concretare i propri annunci è stata oggetto di feroci critiche. A ciò, si aggiunge il reclamo del Partito Repubblicano, per il quale il messaggio propagandistico di Biden avrebbe espanso i flussi dal Centroamerica. Non solo la virata verso una politica umanista in contrasto alla dottrina della mano dura non è pervenuta, ma alcune contraddizioni si sono presentate sul campo. Il gruppo di lavoro sulla riunificazione delle famiglie, che venivano separate per disincentivare i movimenti irregolari, avanza con un ritmo troppo lento per un’emergenza, e Biden aveva, dunque, dichiarato di volerle compensare. Il Wall Street Journal ha rivelato che il dipartimento di giustizia avrebbe discusso a livello extragiudiziale quasi un migliaio di cause, per detenzioni avvenute nel 2017 e nel 2018, ognuna delle quali avrebbe potuto conciliarsi fino a 450 mila dollari, in riparazione di danni morali. Biden ha negato che esistesse tale patteggiamento. É poi trapelato dalla CNN che il governo ha abbandonato il tavolo ed è ricorso alla magistratura, adottando lo argomento dell’amministrazione Trump, in base al quale gli interessati non si trovano nella posizione di fare causa allo stato e, pertanto, non sono indennizzabili. Biden aveva anche assicurato che ci sarebbe stato un aggiornamento dello statuto di protezione temporale che non ha avuto luogo, anche se il criterio è stato messo in pratica a favore di venezuelani, birmani, siriani e liberiani. Nondimeno, per frenare il dislocamento massivo verso gli Stati Uniti, a partire dal 21 gennaio, i cittadini del Venezuela dovranno sollecitare un visto per entrare in Messico. Il ministero degli interni calcola che, fra gennaio e settembre del 2021, il transito procedente dal Venezuela, con l’obiettivo di attraversare a nord, è accresciuto del 1.000 per cento, in comparazione con il medesimo periodo nei cinque anni anteriori, con fenomeni delittivi associati alla tratta di esseri umani e il traffico di migranti. Per le stesse ragioni, dall’11 dicembre, gli accordi di esenzione del visto vengono sospesi, in ugual modo, a Brasile e Ecuador. “Restare in Messico”, che dalla sua introduzione ha diminuito del 75 per cento il trapasso frontaliero, è stato rinegoziato il passato dicembre, posticipando senza ulteriore avviso la trasformazione del sistema. Andrés Manuel López Obrador ha trasmesso a Washington varie condizioni per procedere che passano per l’accelerazione di iniziative di cooperazione per lo sviluppo del sud del paese e il Centroamerica. Il riflesso della contenzione dell’immigrazione sulla popolarità di Biden, e le opportunità economiche e di capitale politico regionale, che scaturiscono dalla responsabilità delegata dagli Stati Uniti, compongono il prisma delle relazioni fra México e Stati Uniti. Intanto, espressioni della società civile hanno denunciato le circostanze precarie nelle quali le persone sono costrette a vivere, e la loro vulnerabilità a crimini e violenza che comprendono aggressioni sessuali, sequestri e torture. Nella lista dei fallimenti si annoverano, inoltre, il riesame delle procedure d’asilo, per la quale è stata firmata un’istruzione esecutiva, e che non è stata prodotta nei tempi previsti; il congelamento delle deportazioni per 100 giorni, bloccato dall’apparato giudiziario; il progetto di porre termine alla detenzione prolungata, statuendo un limite di 72 ore, che non è stato messo in essere, nemmeno per i minori; la realizzazione di una riunione con i premier di El Salvador, Guatemala, Honduras, Messico e Canada, per affrontare le cause della mobilità forzata dalle sue radici, mai convocata da Kamala Harris; il programma di protezione speciale dei dreamers, giovani illegali giunti negli Stati Uniti con i genitori, che non ha preso il volo. I democratici, del resto, non hanno incassato nessuna vittoria contundente per i migranti negli ultimi decenni. Fonte ilgiornale.it

 

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