Set 27, 2022 11:25 Europe/Rome
  • Referendum nelle zone liberate dalla Russia e la propaganda occidentale

MOSCA - Sono vicini al termine le operazioni di voto, iniziate quattro giorni fa, nelle quattro regioni (ex) ucraine, cioe' Donetsk, Lugansk, Kherson e Zaporizhzhia che sono sotto il controllo ...

totale o parziale dell'esercito russo con dei risultati che anche se non sono definitivi ma che possano dimostrare una netta approvazione del piano di adesione di queste regioni alla Federazione Russa. A differenza di quanto sostiene la propaganda occidentale, che i votanti nelle votazioni sarebbero stati costretti da Mosca a recarsi alle urne per votare il ricongiungimento alla Russia, le affluenze per i referendum sul ricongiungimento con la Russia a Donetsk, Lugansk, Kherson e Zaporizhzhia sta avvenendo invece spontaneamente, come confermano anche numerosi osservatori occidentali, e in linea con le aspirazioni di popolazioni filo-russe che hanno accolto le forze di Mosca come liberatori dal giogo di un regime infestato di neo-nazisti. Gli abitanti di queste regioni stanno anzi esprimendo il loro voto sfidando la minaccia delle bombe ucraine e le potenziali rappresaglie di un’eventuale ritorno di queste terre sotto il controllo del regime di Kiev.

La soluzione del referendum respinge in primo luogo le modalita' di gestione della crisi ucraina, da parte dello stesso regime di Kiev ed i suoi padroni occidentali che vanno fatte risalire al golpe neonazista del 2014 e che hanno avuto come obiettivo non la risoluzione pacifica del conflitto, ma l’accerchiamento della Russia e l’intensificazione delle pressioni sul Cremlino.  

A partire dall’indipendenza dell’Ucraina, gli “oblast” orientali hanno ovviamente sempre manifestato inclinazioni filo-russe, favorendo candidati e partiti che proponevano politiche di integrazione e collaborazione con Mosca. Così è stato anche dopo il colpo di stato promosso dall’Occidente nel 2014. Lo stesso Zelensky era stato eletto a valanga grazie a un’agenda incentrata sulla risoluzione pacifica del conflitto nel Donbass, in primo luogo con l’implementazione degli accordi di Minsk.

Zelensky avrebbe però ben presto cambiato rotta sotto la spinta degli ambienti più radicali interni e dei sostenitori occidentali dell’Ucraina, intenzionati a fare di questo paese un’arma per mettere la Russia con le spalle al muro. A ciò va aggiunto il vero e proprio tentativo di genocidio perpetrato dal 2014 nei confronti delle popolazioni filorusse del Donbass, costato qualcosa come 14 mila vittime civili tra l’indifferenza di Stati Uniti ed Europa. L’annessione alla Russia di questi territori è dunque un’aspirazione ampiamente diffusa e legittima tra le rispettive popolazioni e, a differenza di quanto sostiene la propaganda occidentale a proposito delle mire del Cremlino, per lungo tempo respinta dallo stesso Putin.

Fino a pochi mesi fa, il governo russo aveva lavorato a un accordo diplomatico con Kiev e l’Occidente, lasciando la porta aperta a un ripensamento delle politiche di muro contro muro ordinate da Washington per le proprie esigenze strategiche. In quest’ottica, l’indipendenza delle auto-proclamate repubbliche del Donbass o la loro integrazione nella Federazione Russa erano soluzioni che Mosca riteneva troppo provocatorie e preferiva quindi evitare o tutt’al più rimandare. Va ricordato inoltre che l’eventuale ratifica degli accordi di Minsk avrebbe consentito all’Ucraina di conservare i territori del Donbass, sia pure all’interno di una struttura federativa e con la garanzia di un certo livello di autonomia. La scelta deliberata fatta da Kiev, Washington e Bruxelles è stata invece di segno opposto, col risultato di spingere la crisi verso il punto di non ritorno e un epilogo pressoché inevitabile.

 

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