Dec 15, 2016 05:40 Europe/Rome
  • Quotidiani americani: Russia avrebbe influenzato elezioni

NEW YORK (Pars today Italian) - Il "New York Times" pubblica una lunga inchiesta firmata da Eric Lipton, David E. Sanger e Scott Shane, che illustra le modalità attraverso le quali il governo russo avrebbe infiltrato le reti e i database del Partito democratico statunitense e divulgato i suoi segreti più compromettenti attraverso WikiLeaks, così da favorire l'elezione alla Casa Bianca del repubblicano Donald Trump.

Secondo l'indagine, un agente speciale del Federal Bureau of Investigation (Fbi), Adrian Hawkins, tentò di mettere in guardia il Partito democratico in merito all'hackeraggio dei suoi database già nel settembre dello scorso anno, ma una serie di leggerezze e dilettantismi da parte della dirigenza del partito e delle autorità federali consentirono a Mosca di scatenare un vespaio con la pubblicazione di e-mail compromettenti in merito a Hillary Clinton, al manager della sua campagna elettorale John Podesta e alla dirigenza del partito in generale. Responsabile dell'attacco informatico, stando alla ricostruzione del quotidiano, sarebbe stato un gruppo di hacker "collegato al governo russo", e battezzato dall'intelligence Usa "the Dukes". Le autorità federali, sottolineano gli autori dell'indagine giornalistica, "conoscevano bene quegli hacker, dato che per anni avevano tentato di estrometterli dai sistemi di posta elettronica non classificati della Casa Bianca". Dopo aver liquidato la minaccia alla stregua di uno scherzo, il Partito democratico ha dovuto assistere la scorsa estate alla sistematica diffusione di mail e informazioni riservate che ne hanno gravemente compromesso l'immagine, già offuscata dallo scandalo delle email che vedeva al centro la candidata democratica alla presidenza, Hillary Clinton. La tempesta mediatica scatenata dalla divulgazione delle compromettenti informazioni riservate, ricorda il "New York Times", ha portato nei mesi scorsi alle dimissioni della presidente del Partito democratico, Debbie Wasserman Schultz, che si è scoperto aver lavorato in tutti i modi per negare la nomina presidenziale all'avversario di Clinton alle primarie, Bernie Sanders. L'inchiesta del quotidiano Usa punta l'indice contro il presidente eletto Donald Trump, di cui la Russia avrebbe agevolato l'elezione, e si stupisce che questi ribatta ai rapporti dell'Fbi secondo cui la sua vittoria elettorale sarebbe l'esito delle macchinazioni Russe. Il quotidiano rivolge anche un atto d'accusa all'Fbi, colpevole di non aver contenuto e affrontato la minaccia in maniera adeguata. Se il "New York Times" si schiera con la "Washington Post", spingendosi ad un passo dal definire l'elezione di Trump l'esito di un attacco della Russia alla democrazia statunitense, il "Wall Street Journal" fa l'opposto, tramite un editoriale non firmato attribuibile alla direzione. Sono i Democratici e i sostenitori delle tesi sugli hackeraggi russi, scrive la direzione del quotidiano, a voler ribaltare l'esito delle elezioni Usa, orchestrando "un golpe" presso il collegio dei grandi elettori chiamati a confermare l'elezione di Trump. A poche settimane dal voto dell'8 novembre, il Partito democratico aveva accusato Trump di attentare ai valori democratici, quando questi aveva rifiutato di impegnarsi in anticipo a rispettare il responso delle urne. Oggi, sottolinea il quotidiano, è proprio il Partito democratico a fare altrettanto, appoggiando la richiesta di dieci grandi elettori di vincolare l'effettiva elezione di Trump a un "briefing di intelligence" che chiarisca il ruolo della Russia nel manipolare mediaticamente l'esito delle elezioni. "A preoccupare davvero i cittadini americani - scrive la direzione del "Wall Street Journal" - dovrebbe essere il tentativo degli sconfitti di ribaltare l'esito delle elezioni sulla sola base di fughe d'informazioni anonime e allusioni" da parte di ambienti interni alla Cia e di alcune testate giornalistiche Usa, che danno per certa l'eterodirezione russa delle elezioni presidenziali statunitensi. "A prescindere dalle ragioni di questi hacker russi", prosegue l'editoriale, "non esiste alcuna prova che la diffusione delle email (del Partito democratico, ndr) abbiano davvero determinato l'esito delle elezioni. E' preoccupante, prosegue il quotidiano, che per screditare il presidente eletto e la regolarità delle elezioni "Podesta citi pareri della Cia che nessun cittadino americano ha mai potuto leggere, e le cui conclusioni sono solo vagamente di domino pubblico perché una o più fonti anonime hanno scelto di consegnarle ad alcuni giornalisti la scorsa settimana". Parte dei media statunitensi, accusa infine il "Wall Street Journal", "citano questi sospetti come fossero il Vangelo, eppure non è nemmeno chiaro se essi siano condivisi dall'intera comunità d'intelligence statunitense". Il quotidiano si spinge sino a puntare l'indice contro l'amministrazione Obama, così come "Washington Post" e "New York Times" hanno fatto contro Trump: "Gli attacchi informatici stranieri si sono moltiplicati durante gli anni dell'amministrazione Obama, ma il presidente non ha mai chiesto ad alcun governo straniero di assumersene la responsabilità (...). Eppure oggi, alla scadenza del suo mandato, Obama ha ordinato che entro il 20 gennaio venga posto sulla sua scrivania un rapporto segreto sugli hackeraggi connessi alle elezioni", quando mancano appena 11 giorni al voto dei grandi elettori che dovrebbe eleggere a tutti gli effetti il repubblicano Trump. L'intera vicenda - conclude l'editoriale - appare un tentativo dei Democratici di mettere in dubbio la legittimità delle elezioni, più che la risposta a timori fondati di spionaggio informatico"

 

 

Tag

Commenti